Categoria: Pensiero della Settimana

  • Da Pesach a Shavuot

    Da Pesach a Shavuot è una continua ascesa, contiamo i giorni che mancano al Dono della Torà, ogni giorno che passa ci si avvicina di più al momento, ogni giorno siamo un po’ migliori, un po’ più preparati all’evento grandioso che ci aspetta.

    E’ la Sefirat HaOmer, il “conteggio” dell’omer, ma anche il “far brillare” l’omer, questa misura d’orzo, vegetale destinato all’alimentazione animale, che simboleggia la natura animalesca che c’è in ogni essere vivente e che solo l’uomo può sottomettere alla propria volontà.

    In questo periodo si leggono e si studiano i “Pirkè Avot”, le Massime dei Padri, il capitolo 4 dice: chi è colui che è forte? Fitness? Palestra? Body Building? Certamente no, attrezzi e allenamento danno solo una forza fisica destinata comunque a scemare, l’uomo forte è colui che riesce a trattenere il suo istinto. chi è l’uomo sapiente? colui che è ben conscio che quello che sa è sempre un niente.

    Due punti (tra i tanti), una profondità di pensiero, una Verità assoluta.

    La durezza della crisi degli ultimi anni ha cambiato gli uomini, le difficoltà hanno fatto uscire il lato peggiore delle persone lasciando liberi gli istinti bestiali, animaleschi, basta guardarsi in giro, non è raro vedere gente che urla in risposta ad altre urla, il più forte è colui che è più aggressivo, che urla più forte, che può fare più male, ma questa è una “forza” facile, urlare, mostrare i muscoli, è naturale, istintivo nell’uomo quanto negli animali, ciò che distingue l’uomo dall’animale è il potere di dominare i suoi naturali istinti animaleschi, questa è la sola vera forza dell’uomo.

    La sapienza porta spesso l’uomo a considerarsi più degli altri, ho studiato, ho fatto anni di dura Università per diventare dottore, sono invitato a tutti i convegni, va bene l’umiltà, ma tutto questo mio sapere varrà pure qualcosa? Certo, non mi considero superiore al tipo che scarica cassette della frutta all’ortomercato, che a malapena avrà frequentato le medie, però..

    La Torà va studiata almeno in due, solo così l’altro ti può dare un punto di vista diverso dal tuo, così cresci nell’apprendimento, ma l’altro lo devi considerare, non è uno che ne sa meno di te e quindi tutto quello che dice sono stupidaggini, anche dalla osservazione più ingenua può nascere un insegnamento che altrimenti non avresti appreso, amare, considerare l’altro solo perché voluto e creato da D.o, ne più ne meno come te, è l’unico, vero amore per il prossimo inteso dalla Torà, non si ama l’altro per le sue caratteristiche fisiche, che oggi ci sono e domani non più, ma per la sua essenza, che è immutabile come la tua.

    “. i figli di Israele hanno raggiunto il Monte e sono arrivati.. e SI è accampato. (Shemot 19, 1-3)”

    Siamo tanti e tutti diversi, ma rispettandosi e amandosi reciprocamente, diventiamo uno. E’ la conditio sine-qua-non per ricevere la Torà, prossimamente a Shavuoth, continuiamo a prepararci…

    Che gli insegnamenti della Torà siano sempre nella nostra mente e davanti ai nostri occhi.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 3 giugno 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Le leggi della Shemittà

    “Il Signore parlò a Mosè sul Monte Sinai dicendo… …(Vaykrà 25, 1)”. Sono le leggi della Shemittà, l’Anno Sabbatico della Terra, per sei anni potrai seminare e lavorare la tua terra e raccoglierne i frutti con i quali il Signore ti avrà benedetto, ma al settimo anno ci sarà completa cessazione del lavoro, non seminerai, ne poterai, ne raccoglierai i frutti, un Sabato consacrato al Signore, sarà un anno di riposo per la terra. Dunque, le cose stanno così. L’agricoltore che per sei anni lavora la sua terra e vive con quello che produce, al settimo anno abbandona tutto, per un lungo anno incrocerà le braccia e la sua principale attività saranno Hash.m e lo studio della Torà. Gli scienziati, naturalmente, hanno valide spiegazioni scientifiche sulla Shemittà:

    dopo 6 anni di sfruttamento, la terra si è impoverita, lasciandola riposare per un intero anno, le si da il tempo di rigenerarsi. Bene, agronomia e Torà sono d’accordo.

    Ma l’agricoltore? “Che cosa mangeremo nel settimo anno, una volta che non semineremone raccoglieremo..? (Vaykrà, 25, 20)… non preoccupatevi, perché IO decreterò la Mia Benedizione a vostro favore nel sesto anno ed essa produrrà un raccolto sufficiente per tre anni (Vaykrà 25, 23)”.

    La scienza e la Torà non sono più d’accordo. Il sesto anno, proprio l’anno dove la terrà è già stata sfruttata così tanto da richiedere il riposo di un anno per rigenerarsi, proprio in questo sesto anno in cui è sfinita, la terra produce un raccolto così abbondante da durare per altri tre anni?!

    La spiegazione è semplice, “Poiché Mia è la terra… (Vaykrà  25,23). L’agricoltore non entra nelle ragioni della scienza, sa che è il Creatore, il Padrone del Mondo e di tutta la Terra che ti dice cosa devi fare con la Sua terra, quindi non c’è da meravigliarsi se la terra “stanca e sfinita” del sesto anno produrrà tre volte tanto,  la scienza, una volta di più, dovrà portare pazienza.  Per l’agricoltore è una dimostrazione di Bitachon,  di fiducia in Colui che si è sempre preso cura di lui,  dando da mangiare a lui e alla sua famiglia. La Torà è molto precisa e ricca di dettagli su come  si debba osservare questa importantissima mitzvà,  cosa che invece non fa anche con le altre;  per esempio tefillin e Shabbat (come devono essere costruiti gli uni e come va precisamente osservato il secondo). “Il Signore parlò a Mosè sul Monte Sinai dicendo… (Vaykrà 25, 1)”.

    Sappiamo benissimo che tutta la Torà e tutte le mitzvoth ci sono state donate dall’Eterno sul Monte Sinai, ma questa mitzvà, in vari modi, le contiene tutte. Lo Shabbat è interamente consacrato al Signore, i tefillin si indossano ma poi via a lavorare, la Shemittà è entrambe le cose, è il Sacro nella vita quotidiana. Il preciso dettaglio di questa mitzvà, con la precisazione che è stata data sul Monte Sinai,  è il ribadire che anche tutte le altre mitzvoth trovano dettaglio nella Torà, in quella Unica Torà, donataci da D.o quell’unica volta, sul Monte Sinai.

    Che gli insegnamenti della Torà siano sempre nella nostra mente e davanti ai nostri occhi.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 3 giugno 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • La Berachà: Chi è il Padrone e di Chi il servo

    C’è Un solo Padrone del Mondo, Colui che lo ha creato e a cui Tutto appartiene, Ha-Kadosh-Baruch-Hu.

    L’ebreo ha sempre davanti a se  questa palese evidenza, tanto che la Ghemarà (Berachot, 35 A) arriva ad affermare con decisione che chiunque mangi del cibo senza recitare prima la Berachà sta rubando al Signore. Questa sorprendente affermazione pone certamente (almeno) due problemi.

    Se tutto è Suo, come recita anche il salmo a cui si ispira la Ghemarà, qualunque cosa prendo la sto rubando.

    Ammesso che sia possibile rubare al Santo Onnipotente, basterebbe quindi recitare quattro parole per poter prendere ciò che non è proprio e non essere più considerato un ladro?

    Nel Beth Hamikdash i Cohanim erano consacrati completamente al servizio di D.o, non potevano avere alcuna distrazione dal loro sacro compito, non potevano fermarsi da questa sacra attività neanche per un istante, quindi Hash.m ha chiesto al popolo ebraico di occuparsi della sussistenza dei Cohanim portando loro il 2% del raccolto, la Terumà,  cibo sacro che poteva essere consumato rigorosamente solamente dai Cohanim e dalle loro mogli, figli e figlie.

    Nessun ebreo non Cohen poteva cibarsi della Terumà, neanche il più grande saggio, neanche il più Tzaddik, neanche il più  grande studioso di Torà, nessun ebreo non Cohen  tranne…. il servo non ebreo del Cohen.

    Quello che sembrerebbe una apparente assurdità è invece la semplicissima chiave di lettura. Un servo non ha decisioni proprie, fa quello che gli dice il suo padrone, quello che fa è come se lo stesse facendo il suo padrone, il servo non ebreo, sinceramente devoto, diventa un “prolungamento” del suo padrone, quando mangia dalla Terumà è come se la stesse mangiando lo stesso Cohen.

    Con la Berachà l’ebreo dichiara Chi è il Padrone e di Chi vuole essere servo, recitando la Berachà non sono più io che mangio ma è Lui che vuole che io mangi per vivere e per servirLo, quando preparo le cose buone per lo Shabbat, non lo faccio per farmi una bella mangiata in famiglia ma perché Lui ha previsto gioia e letizia in modo da unirsi ancora di più a Lui in questo Santo giorno, se in tutto quello che faccio continuo a dichiarare al mondo (e soprattutto a me stesso) che non esiste alcuna Esistenza al di fuori di Lui, e che io sono il Suo servo, completamente e sinceramente, divento un “prolungamento” (se così si può dire) di Hash.m in questo mondo fisico. Altrimenti è furto.

    Che gli insegnamenti della Torà siano sempre nella nostra mente e davanti ai nostri occhi.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 3 giugno 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Restate attaccati saldamente sull’Unica Via: quella della Torà.

    Siate santi poiché Santo sono Io…(Vaykrà 19, 1)”. Mai come in questo buissimo periodo del Galut

    che precede la Redenzione queste parole risuonano forti dentro il cuore di ognuno.

    E’ l’esortazione del nostro Padre Celeste, siate santi, distinti, se tutti rubano, tu non lo fare, se tutti

    tradiscono la moglie, anche solo navigando su Internet, tu non lo fare, se tutti defraudano il prossimo perché “come si fa altrimenti, con questa crisi? Ho moglie e figli…”, tu non lo fare, se basta fare una legge umana per trasformare in morale quello che sino a ieri era gravemente immorale, tu non lo fare, siate distinti, siate diversi, restate nel Bene, restate attaccati saldamente sull’Unica, Eterna, Giusta Via, quella della Torà.

    Invece di defraudarlo, derubarlo, depredarlo, disprezzarlo, amate il vostro prossimo come voi stessi, (più distinti di così…), il vostro prossimo inteso come qualunque essere umano, allo stesso modo, il tuo migliore amico come lo sconosciuto che passa per strada. Non è ne esagerazione ne fantasia, amare il prossimo come se stessi è in realtà molto semplice.

    Che difetti hai? Mmmmhh… si.. tanti… bene.. dimmene uno!…. beehh… certo, forse (“forse”)

    sono un po’ precipitoso (.. che “difetto”!…”).. si.. ultimamente sono un po’ ingrassato

    (… ti avevo chiesto i difetti, non la tua forma fisica!…).

    A chiunque viene posta la domanda, nessuno si trova dei difetti o,  più precisamente,

    di non averne così tali da essere degni di rilievo.

    Quello che chiede la Torà è molto semplice, usa per il tuo prossimo la stessa indulgenza con cui

    ti ami e ti assolvi, non sei diverso da lui, certamente non migliore, visto che è stato voluto e creato

    precisamente dal Creatore  ne più ne meno che come te.

    Non maledire il sordomuto. Il sordomuto? Che ne sa lui delle mie “maledizioni”? neanche le può sentire! E poi cosa vale la mia “maledizione”? Sono solo inutili parole!

    Certamente sono parole vane, non possono nuocere a nessuno tranne che a te stesso, quando “maledici” dentro di te alberga l’astio, il risentimento, la rabbia, il dolore, non sei sereno. Non maledire il sordomuto, lui comunque non sente, il tuo cuore però si.

    Che gli insegnamenti della Torà siano sempre nella nostra mente e davanti ai nostri occhi.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 3 giugno 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Acharei mot

    Ogni settimana si studia una parte della parasha che verrà letta lo Shabbat, quest’anno è capitato di leggere, per ben tre settimane di fila, la stessa parashà, quella di questo shabbat, Acharei mot, un evento evidentemente eccezionale e sicuramente portatore di un grande insegnamento.

    La Torà insegna che il numero 3 è il numero del rafforzamento, consolidamento, sottolineamento, per esempio se uno vede un campo abbandonato e non si sa di chi è, lo semina e fa il raccolto, se viene il proprietario a reclamarlo dopo 2 anni lo deve andarsene, se viene dopo i 3 anni è il proprietario a doversene andare, il campo era palesemente abbandonato (solo erbacce) e chi lo ha curato per tre anni può continuare a farlo.

    In Acharei mot c’è un passaggio (Levitico 17, 3-4) di difficile comprensione: una persona che ha deciso di fare un korban fuori dal Santuario viene considerato un assassino, uno che ha ucciso una persona! Incomprensibile, dopotutto ha solo shachtato un animale con tutti i più buoni propositi di offrirlo a D.o, come può essere considerato un assassino?

    L’unica spiegazione possibile che ho trovato è questa.

    Chi uccide un uomo toglie la possibilità di servire D.o che aveva la persona uccisa, quindi ha tolto la Presenza Divina che questa persona avrebbe potuto portare in questo mondo.

    Chi offre un sacrificio secondo I SUOI buoni proposititoglie la Presenza Divina dal suo servizio, come un assassino, tutte quelle persone che si considerano “religiose” seguendo la norma ma ignorando le necessità del prossimo, quando non addirittura offendendo  o facendogli del male, seguono I LORO propositi, NON il Volere di D.o, quei “religiosi” che sfilano definendo “eretico” lo Stato di Israele in quanto Stato (che li ospita) offendono e fanno del male alla Terra e il Popolo di Israele, stanno ancora e solo seguendo I LORO propositi, NON il Volere di D.o, i “religiosi” che, in nome della LORO spiritualità, finiscono per fare l’esatto contrario della Volontà Divina.

    Se quest’anno Hashem ha voluto farci leggere questa parashà, ripetutamente, per ben tre settimane di fila, è evidente che quest’anno la misura è colma.

    Che gli insegnamenti della Torà siano sempre nella nostra mente e davanti ai nostri occhi.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 3 giugno 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Il Korban di Caino

    Voglio fare un korban per D.o.” Chi sta parlando non è esattamente quello che si può definire

    una persona pia. Caino vuole fare il suo korban ad Hash.m, è Caino che prende questa iniziativa,

    e per farlo sceglie i più bei steli di lino che, diversamente dagli altri vegetali a stelo,

    produce un solo stelo, segno di distinzione e nobiltà. Passa di lì Abele, suo fratello. Anche a lui

    viene il desiderio di fare un korban ad Hash.m, quindi prende una delle sue più belle pecore

    e la pone sull’altare vicino a quello del fratello. Due fratelli, due sinceri desideri di attaccarsi a D.o,

    due korbanot, il fuoco divino scende e consuma solo il sacrificio di Abele lasciando intonso quello

    vicinissimo di Caino, che resta visibilmente, comprensibilmente sbigottito e dispiaciuto.

    Ma come? Sono io che ho avuto l’idea del korban per primo! e ce l’ho anche messa tutta per farlo alla grande!

    Con tutti i bufali che aveva, Abele ha portato solo una pecora! certo una bella pecora, ma poteva dare di più!

    io invece ho portato il vegetale più nobile, il lino, e D.o invece gradisce la pecora di Abele

    e non il mio nobile lino? E’ una ingiustizia! Come finisce la storia tra i due fratelli è cosa nota.

    Caino e Abele, una storia dove ha difettato l’amore, quello fraterno, uno dei più alti

    che dovrebbe essere innato in ogni essere umano, la Torà quindi vieta di indossare abiti fatti

    con lino e lana per ricordare quanto è inaccettabile per D.o la mancanza di amore tra gli uomini.

    Non solo. L’offerta migliore deve essere fatta senza ostentazione, il meglio, ma possibilmente in silenzio,

    il nobile lino, usato come offerta, ha un che di arrogante, di presuntuoso, se offro sinceramente,

    una comune pecora (però la migliore) è meno vistosa del più pesante bufalo e quindi certamente

    più gradita a D.o perché sincera e discreta.

    Paradossalmente, i Cohanim, i sacerdoti, invece sono obbligati ad indossare abiti fatti di

    lino e lana insieme, in quanto servono D.o e il popolo “Beaavà”, con amore;

    se un Cohen è alterato con qualcuno o non è sereno, non può fare la Birchat Kohanim, il Sacerdote

    deve avere un amore puro, vero, sincero, completo, integro, come quello di Aaron HaKoen oev shalom,

    indossando proprio gli abiti che ricordano il non-amore, il Sacerdote dimostra il grande livello

    di amore da lui raggiunto. Visto che tutto il popolo ebraico è un popolo di sacerdoti, Am Kedoshim, sia la Volontà

    dell’Eterno Onnipotente di far cessare presto questo ormai insopportabile galut con l’arrivo di Maschiach,

    così tutti potremo scalere tutti i gradini dell’amore verso quelli più alti e servire tutti insieme D.o

    con il più puro dei cuori leolam vaed, amen ken yei ratzon.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 3 giugno 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Tazria e Metzorà

    Tazria è l’inizio del percorso di introspezione, di meditazione, di correzione di una persona

    per aver parlato (male) del prossimo, un percorso di isolamento per rivedere a fondo

    il proprio comportamento segnato dalla Tzaaràt, una fastidiosa quanto evidente dermatite,

    talvolta malamente tradotta come lebbra. Metzorà è il traguardo, la riuscita, alla fine del

    percorso, ora sono una persona nuova, più consapevole, più responsabile, più attento all’uso della parola…

    Come premio di “incoraggiamento”, il Signore ammonisce “.. quando voi entrerete nel paese di Canaan

    che IO vi do in proprietà, IO disporrò una macchia di Tzaarat in una casa.. (Vaykrà, 14, 33)”.

    Una casa con questa macchia andava esaminata dal Coen, quindi il sacerdote seguiva la precisa procedura

    prevista dalla Torà per cercare di toglierla, se la macchia persisteva, la casa andava abbattuta.

    Non sembrerebbe essere proprio quello che si dice un “incoraggiamento…” entrando nella Terra

    che il Padrone del Mondo, Sia Benedetto, ha deciso di donarci, sappiamo già che Lui metterà una

    macchia in casa, la mattina guardiamo i muri un po’ preoccupati, quelli del bagno hanno delle macchie nere…

    ma no.. non è Tzaarat, sono i vapori della doccia… in cucina…. ma no, è il sugo di ieri che è schizzato…

    e questa? ahi.. il Coen dice che è Tzaarat, vediamo se viene via… no, non viene via, spiacente,

    uscite tutti, dobbiamo abbattere la vostra casa, avete figli piccoli, alcuni ancora lattanti?…

    adesso dove andranno? .. mi spiace, come Cohen ho fatto tutto il possibile, la casa va abbattuta, è la Legge.

    Anche se quello che dice e fa il Santo-Benedetto-Egli-Sia è assolutamente incomprensibile per l’uomo,

    sappiamo però per certo che Lui, Itbarech, fa tutto sempre e solo per il NOSTRO bene.

    Rashi spiega che l’Eterno ha “segnato” le case con la Tzaarat perché in quelle case erano

    nascosti tesori inestimabili, buttar giù un muro o anche tutta la casa li avrebbero fatti tornare

    alla luce, una Berachà quindi, una ricompensa immensa, un altro grande regalo del Padre ai Suoi figli.

    Ma l’argomento è forte, oltre al più che certo ritorno materiale, c’è l’insegnamento.

    Unkolos traduce “Metzorà” con “Seghirà”, “chiusura”.

    Tazrià, inizio del percorso di miglioramento, Metzorà, il traguardo, Tzaarat nella propria casa,

    non viene via, allora si butta giù la casa, ecco i tesori, inestimabili, urrah…sono ricco!

    Ogni traguardo, ogni punto di arrivo è però sempre il punto di partenza di un nuovo percorso,

    oggi Hash.m mi ha benedetto con la ricchezza, sono contento, da domani mando a quel paese

    il mio direttore e i miei colleghi di lavoro, una bella vacanza alle Bahamas di un mesetto,

    poi al posto di quella vecchia casa abbattuta mi compro un bel attico con piscina in zona Centro,

    poi… poi…il Ferrari?.. ma no.. ormai ce l’hanno tutti i nuovi ricchi.. magari qualcosa di più “in”…

    No… no!… non così… non è per questo che D.o ti ha benedetto con la ricchezza, Metzorà, Seghirà,

    chiudi subito tutti questi vani pensieri che non potranno fare altro che allontanarti da Hashem,

    circoscrivili, dominali, usa il benessere che Hashem ti ha donato per avere una bella tavola di Shabbat,

    per invitare amici e bisognosi in modo che siano contenti anche loro insieme a te, per aiutare

    il prossimo e fare maasim tovim, così tutto il bene materiale con cui Hashem ti ha voluto benedire

    farà crescere la tua persona, darà valore alla tua vita, chiudi bene la tua mente a tutte quelle

    inevitabili “proposte” che ti farà lo Yetzer Arà che da sempre si accompagna con la ricchezza,

    così D.o manterrà sempre aperte per te le Sue Porte, così avrai la consapevolezza di essere riuscito.

    Che gli insegnamenti della Torà siano sempre nella nostra mente e davanti ai nostri occhi.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 3 giugno 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Tutto torna

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    | Come è noto, nel periodo che va da Pesach a Shavuot, oltre al conteggio dell’Omer, mitvzà prescritta dalla Torà, si usa studiare il Trattato “Sotà” che è fatto da 49 pagine proprio come i giorni dell’Omer, una pagina al giorno. Avere le stesse pagine di un conteggio però non è certo una motivazione sufficiente per preferire questo trattato di Ghemarà ad altri, per di più sapendo che “Sotà” tratta i problemi legati ai coniugi e alla presunta infedeltà coniugale della moglie, argomenti certamente poco simpatici che potrebbero addirittura disturbare questa progressiva preparazione alla gioia di Matan Torà che viviamo con il conteggio dell’Omer. Se un ebreo aveva sbagliato poteva rimediare portando un korban al Beth Hamikdash e il Coen, a seconda del tipo di korban, lo poteva consumare interamente insieme ai suoi famigliari. Ma l’animo dell’offerente non sempre era sereno, d’accordo, loro sono Cohanim, consacrati al servizio del Signore, è vero che con il loro servizio risolvo il mio problema, però alla fine anch’io, pur non essendo un Coen, servo devotamente il Signore e osservo di tutti i suoi comandamenti, però a me e alla mia famiglia nessuno ci porta ogni giorno pranzo e cena.. Avarizia e ingratitudine. Sono due meschini sentimenti umani spesso presenti a braccetto, quando c’è l’uno, è facile che ci sia anche l’altro. Dare con riserva, dare senza dare con tutto se stesso, dare con ingratitudine perché stai mettendo in dubbio che il Coen a cui stai dando non sta facendo tutto se non esclusivamente per il tuo interesse e per nient’altro, certo non per mangiarsi l’ennesima cotoletta. L’avaro e l’ingrato non vede quello che gli altri fanno per lui, gli altri lo farebbero comunque a chiunque, pensiero meschino e miserabile se rivolto a un Sacerdote che per tutta la sua vita altro non fa che preoccuparsi degli altri avvicinandoli al Signore e nient’altro, pensiero meschino e miserabile se rivolto alla tua devota mogliettina che giorno dopo giorno si occupa della casa, dei figli, del pranzo, della cena senza sentirsi dire mai un “brava”, tanto tutto è dovuto, è il lavoro della moglie, mai un complimento per il buon profumo di pulito che aleggia in casa frutto di tanta fatica, mai un apprezzamento per quella sua eterna bellezza, che non sfiorisce con il passare degli anni perché è quella di tua moglie. . il Coen continuerà a fare il Sacerdote, ma tua moglie potrebbe cominciare a diventare più sensibile ai complimenti degli altri.. E allora, caro tirchio e ingrato, dopo un po’ inizierai ad avere dubbi, forse mia moglie ha fatto delle nuove conoscenze a mia insaputa, e allora dovrai ricorrere al Coen, si proprio quello a cui ti dava fastidio che si mangiasse “a sbafo” la tua offerta, solo lui potrà aiutarti, proprio applicando le leggi del Trattato di Sotà. Come sempre, nella Torà, tutto torna. |

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 25 maggio 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • “Per sei anni potrai seminare e lavorare la tua terra”

    “Il Signore parlò a Mosè sul Monte Sinai dicendo… …(Vaykrà 25, 1)”. Sono le leggi della Shemittà, l’Anno Sabbatico della Terra, per sei anni potrai seminare e lavorare la tua terra e raccoglierne i frutti con i quali il Signore ti avrà benedetto, ma al settimo anno ci sarà completa cessazione del lavoro, non seminerai, ne poterai, ne raccoglierai i frutti, un Sabato consacrato al   Signore, sarà un anno di riposo per la terra.

    Dunque, le cose stanno così.

    L’agricoltore che per sei anni lavora la sua terra e vive con quello che produce, al settimo anno abbandona tutto, per un lungo anno incrocerà le braccia e la sua principale attività saranno Hash.m e lo studio della Torà.

    Gli scienziati, naturalmente, hanno valide spiegazioni scientifiche sulla Shemittà: dopo 6 anni di sfruttamento, la terra si è impoverita, lasciandola riposare per un intero anno, le si da il tempo di rigenerarsi. Bene, agronomia e Torà sono d’accordo.

    Ma l’agricoltore? “Che cosa mangeremo nel settimo anno, una volta che non semineremo ne raccoglieremo..? (Vaykrà, 25, 20)… non preoccupatevi, perché IO decreterò la Mia Benedizione avostro favore nel sesto anno ed essa produrrà un raccolto sufficiente per tre anni (Vaykrà 25, 23)”.

    Scienza e la Torà non sono più d’accordo. Il sesto anno, proprio l’anno dove la terrà è già statasfruttata così tanto da richiedere il riposo di un anno per rigenerarsi, proprio in questo sesto anno in cui è sfinita, la terra produce un raccolto così abbondante da durare per altri tre anni?!

    La spiegazione è semplice, “Perché Mia è la terra… (Vaykrà  25,23). L’agricoltore non entra nelle ragioni della scienza, sa che è il Creatore, il Padrone del Mondo e di tutta la Terra che ti dice cosa devi fare con la Sua terra, quindi non c’è da meravigliarsi se la terra “stanca e sfinita” del sesto anno produrrà tre volte tanto,  la scienza, una volta di più, dovrà portare pazienza.  Per l’agricoltore è una dimostrazione di Bitachon,  di fiducia in Colui che si è sempre preso cura di lui,  dando da mangiare a lui e alla sua famiglia. La Torà è molto precisa e ricca di dettagli su come  si debba osservare questa importantissima mitzvà,  cosa che invece non fa anche con le altre;  per esempio tefillin e Shabbat (come devono essere costruiti gli uni e come va precisamente osservato il secondo). “Il Signore parlò a Mosè sul Monte Sinai dicendo… (Vaykrà 25, 1)”.

    Sappiamo benissimo che TUTTA la Torà e TUTTE le mitzvoth ci sono state donate dall’Eterno sul Monte Sinai, ma questa mitzvà, in vari modi, le contiene tutte. Lo Shabbat è interamente consacrato al Signore, i tefillin si indossano ma poi via a lavorare, la Shemittà è entrambe le cose, è il Sacro nella vita quotidiana. Il preciso dettaglio di questa mitzvà, con la precisazione che è stata data sul Monte Sinai,  è il ribadire che anche tutte le altre mitzvoth trovano dettaglio nella Torà, in quella Unica Torà, donataci da D.o quell’unica volta, sul Monte Sinai.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 14 maggio 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Small things are very important.

    Freedom from Egypt, which is the basis of the festivity of Pesach, is linked to the korban Pesach, the lamb offering. The lamb was sacrificed, and then eaten, in every family, as written in the Torah verse of the Parashat Hachodesh.
    The exodus from Egypt was not only the liberation of a grat number of individuals, but the liberation of a people. It began with the divine declaration: “I saw the suffering of my people” (Exodus 3, 7) which was followed by the request: “Let my people leave” (Exodus 5,1) and the command given to Moshe: “Let my people go out, the sons of Israel out of Egypt” (Exodus 3,10).
    Consequently, the Korban Pesach should stress the national theme, the idea of collectivity and community, but it wasn’t so.
    It is true that the whole congregation of Israel received the order to offer, together, the sacrifice, but the instructions said that every house should have its own lamb; every jew was individually chosen and counted so that he could participate in the consumption of Korban Pesach and every person should stay in his house, or company, while the Pesach sacrifice was consumed (Exodus 13:3, 12,47).

    The Korban Pesach teaches us that even a community project must begin with the individual, the family and the environment that surrounds it. Furthermore, it is not the general things and the big resolutions that should attract our attention, but the small duties of everyday life. Only in this way, the liberation of the individual and the liberation of the community, will be achieved.

    Translation from: https://ravrodal.com/le-cose-piccole-sono-importanti/

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 30 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).