Categoria: Articoli

Articoli dal vecchio blog di Rav Rodal, recuperati dall’archivio di Internet.

  • Specchietti di rame e il Mishkan

    D.o ha perdonato gli ebrei, c’è proprio aria di festa, c’è la volontà di fare bene,

    abbiamo sbagliato, è vero, ma Hash.m ci ha dato una seconda possibilità,

    stavolta saremo all’altezza della situazione. Parte la costruzione del Mishkan,

    il santuario mobile, il riferimento della Presenza Divina che accompagnerà

    gli ebrei nelle loro peregrinazioni, l’entusiasmo è tanto, tutti portano materiale

    per costruirlo, oro, argento, rame, qualunque altro materiale utile in grandi

    quantità, così tanta che Moshè deve ad un certo punto ringraziare il popolo

    e dire “basta”, abbiamo già più di quanto ci serve.

    Nel deposito, in un angolo, spunta anche un mucchio di specchietti di rame, di quelli usate

    dalle donne per farsi belle,accatastati uno sopra l’altro. Anche le donne avevano voluto

    dare il loro contributo per la costruzione del Mishkan, e Mosè non aveva voluto offenderle

    rifiutando, si, ma che farne? Sono oggetti leggeri, di bellezza, esteriori, poco adatti alla costruzione

    di un edificio spirituale. Sono gli stessi specchietti che le donne hanno usato per invogliare

    i mariti stanchissimi dai duri lavori della schiavitù egiziana, grazie a queste donne e ai loro

    specchietti il popolo di Israele ha potuto continuare a crescere, per Me questa è la

    cosa più importante (dice D.o), utilizzerete proprio questi specchietti di rame per fare il Kior,

    il contenitore di acqua usato dai Cohanim per lavarsi mani e piedi prima del loro servizio

    nel Santuario e senza il quale non avrebbero potuto fare nessun servizio, i Cohanim erano

    uomini, ma senza le donne, senza il loro sacrificio, senza la loro incessante preoccupazione

    per tirar su casa, famiglia, figli come tanti piccoli Beth Hamikdash, l’uomo, l’azione dell’uomo,

    non solo il Cohen, talvolta è impossibile, spesso limitata, quasi sempre incompleta.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 17 marzo 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Shabbat

    Dopo aver già comandato lo Shabbat con le Dieci Parlate, HaKadosh-Baruch-Hu ribadisce

    nuovamente il divieto assoluto di fare qualunque lavoro di Shabbat, anche se dedicato alla

    costruzione del Mishkan, il Santuario. La Torà ci descrive con quanto comprensibile fervore gli

    ebrei si sono dedicati alla sua costruzione lavorando con passione e dedizione, terminare al più

    presto la costruzione del Santuario era importante, eppure Hash.m ribadisce il suo fermo “stop” di

    Shabbat, anche se state lavorando per Me, anche se state facendo una cosa Santa e

    elevatissima, la pausa di Shabbat vale anche per i lavori del Mio Santuario.

    E’ una lezione importante. Gli ebrei, trascinati dall’entusiasmo, avrebbero continuato volentieri a

    lavorare pur di terminare al più presto la costruzione del Mishkan, ma lo Shabbat viene e ricorda

    ogni settimana Chi è il Padrone, Colui che è Tutto e provvede a tutto, non bisogna mai farsi

    trascinare dal lavoro, per quanto elevato sia, si rischia di dimenticarsi, anche solo per un attimo,

    per Chi si sta facendo tutto questo. Il buon padre di famiglia che lavora svariate ore al giorno per

    mantenere dignitosamente la propria famiglia, per non far mancare nulla a moglie e figli, ha

    motivazioni elevatissime, ma poi torna a casa con il lavoro ancora in mente, un bacio distratto alla

    moglie, fa finta di sentire, un po’ spazientito, cosa hanno da dirti i figli della loro giornata, dei loro

    problemi, ok, ho sentito, ma adesso lasciatemi andare a vedere la mia mail.

    Ma come? Sei appena tornato dall’ufficio…. sono le 21.00… avrai già visto tutta la posta del

    giorno…! Lo faccio per voi, guardate quanto fatico per voi, solo per il vostro benessere, per

    migliorare la vostra vita! Il risultato è che moglie e figli potranno anche vivere da benestanti, ma

    così vengono privati della loro linfa vitale, la famiglia, il padre che lavora ininterrottamente

    convinto, in assoluta buona fede, di farlo unicamente per la felicità dei propri cari, rischia così di

    mancare proprio il suo obiettivo principale per cui tanto sta faticando. Lo Shabbat viene e te lo

    ricorda ogni settimana. Lo Shabbat ti fermi. Già da venerdì sera.

    In inverno, già dalle 14.00. Clienti, Whatsapp, Facebook, SMS, mail, cell. tel… alle 14.10 sei già

    sotto la doccia, poi Qaballat Shabbat al Beth Haknesset, poi subito a casa cantando Shalom

    Aleichem con lo sfondo del chiarore delle candele accese, poi il Qiddush seguito dallo squisito

    pasto di Erev Shabbat….poi, poi, poi… tanti altri poi di autentica delizia, le cose del lavoro (alla

    fine, sempre le stesse) sembrano, in quei momenti, davvero solo stupidaggini prive di valore.

    Dopo uno Shabbat così, sai che ti dico? Questo lunedì esco da lavoro alle 18.00, escono tutti a

    quell’ora, perché io dovrei starci di più? Lascio il cellulare a casa e porto i miei in pizzeria. E poi

    chiederò al più piccolo come è andata con il compito di matematica, è una cosa importante per lui,

    lo so, quindi lo è anche per me, alla fine io non desidero altro che la loro felicità. Succede a chi

    osserva lo Shabbat….

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 17 marzo 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Cohen: il Sacerdote

    Voglio fare un korban per D.o.” Chi sta parlando non è esattamente quello che si può definire

    una persona pia. Caino vuole fare il suo korban ad Hash.m, è Caino che prende questa iniziativa,

    e per farlo sceglie i più bei steli di lino che, diversamente dagli altri vegetali a stelo,

    produce un solo stelo, segno di distinzione e nobiltà. Passa di lì Abele, suo fratello. Anche a lui

    viene il desiderio di fare un korban ad Hash.m, quindi prende una delle sue più belle pecore

    e la pone sull’altare vicino a quello del fratello. Due fratelli, due sinceri desideri di attaccarsi a D.o,

    due korbanot, il fuoco divino scende e consuma solo il sacrificio di Abele lasciando intonso quello

    vicinissimo di Caino, che resta visibilmente, comprensibilmente sbigottito e dispiaciuto.

    Ma come? Sono io che ho avuto l’idea del korban per primo! e ce l’ho anche messa tutta per farlo

    alla grande!Con tutti i bufali che aveva, Abele ha portato solo una pecora! certo una bella pecora,

    ma poteva dare di più!

    io invece ho portato il vegetale più nobile, il lino, e D.o invece gradisce la pecora di Abele

    e non il mio nobile lino? E’ una ingiustizia! Come finisce la storia tra i due fratelli è cosa nota.

    Caino e Abele, una storia dove ha difettato l’amore, quello fraterno, uno dei più alti

    che dovrebbe essere innato in ogni essere umano, la Torà quindi vieta di indossare abiti fatti

    con lino e lana per ricordare quanto è inaccettabile per D.o la mancanza di amore tra gli uomini.

    Non solo. L’offerta migliore deve essere fatta senza ostentazione, il meglio, ma possibilmente in

    silenzio, il nobile lino, usato come offerta, ha un che di arrogante, di presuntuoso, se offro

    sinceramente, una comune pecora (però la migliore) è meno vistosa del più pesante bufalo e

    quindi certamente più gradita a D.o perché sincera e discreta.

    Paradossalmente, i Cohanim, i sacerdoti, invece sono obbligati ad indossare abiti fatti di

    lino e lana insieme, in quanto servono D.o e il popolo “Beaavà”, con amore;

    se un Cohen è alterato con qualcuno o non è sereno, non può fare la Birchat Kohanim, il

    Sacerdote deve avere un amore puro, vero, sincero, completo, integro, come quello di Aaron

    HaKoen oev shalom, indossando proprio gli abiti che ricordano il non-amore, il Sacerdote dimostra

    il grande livello di amore da lui raggiunto. Visto che tutto il popolo ebraico è un popolo di sacerdoti,

    Am Kedoshim, sia la Volontà dell’Eterno Onnipotente di far cessare presto questo ormai

    insopportabile galut con l’arrivo di Maschiach, così tutti potremo scalere tutti i gradini dell’amore

    verso quelli più alti e servire tutti insieme D.o con il più puro dei cuori leolam vaed, amen ken yei

    ratzon.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 17 marzo 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Il Mishkan

    Il Mishkan, il tabernacolo, era il luogo dove il popolo ebraico poteva avvertire la Presenza Divina,

    una costruzione importante, fatta di materiali importanti, preziosi secondo le precise disposizioni

    dell’Architetto dell’Universo. Le colonne (kerashim) dovevano essere costruite in legno di acacia

    (shittim). Diversamente dall’uomo, che quando erige una costruzione imponente pensa solo

    a trasmettere importanza con il lato esteriore (colonne di marmo, incise, scolpite,

    altissime etc.) il Santo-Benedetto-Egli-Sia vuole la materia per insegnarci, ogni dettaglio della

    costruzione non è mai fine a se stesso come lo sono quelle delle costruzioni umane. Shittim, il

    legno di acacia, non è stato scelto quindi per le sue particolari qualità, il noce o il ciliegio si

    prestavano altrettanto bene allo scopo, ma la sua radice Shotà è deviazione, il Santo avvisa gli

    uomini che nella vita incontreranno sempre dei percorsi da scegliere, andare allo stadio 5 ore

    prima, sotto la neve battente, per vedere una partita di calcio che si può vedere comodamente a

    casa,al caldo e in poltrona, è una scelta innaturale che però non porta da nessuna parte, andare a

    studiare Torà, darsi da fare per aiutare il prossimo, preoccuparsi per gli altri in un momento

    di crisi severissima, dove ogni energia dovrebbe essere spesa solo per far quadrare un bilancio

    sempre più in rosso, è anche questa una scelta innaturale, una deviazione però verso il Bene che

    ti consente di vivere nel sovrannaturale, tranquillo e sereno all’ombra protettrice di HaKadosh-

    Baruch-Hu.

    Kerashim (colonne), la parola Keresh è formata dalle stesse lettere di di Sheker, falsità.

    Ancora non a caso la Torà usa questo termine per chiamare così le colonne invece di “Amudim”

    (correntemente usato).

    La Torà è Verità, dice solo quello che è, senza poesia ne enfatizzazioni, il Mishkan è stato dato agli

    uomini in questo mondo, che è un mondo falso, come ogni cosa che non è per sempre, fatto di

    cose false, che non durano per sempre come ciò che è Vero.

    Trasformare il falso, sheker, che come ogni cosa falsa si sgretola al primo soffio, in keresh, una

    solida colonna, che come ogni cosa vera resta, in piedi, solida, questo è il nostro lavoro, mattone

    dopo mattone, fatica dopo fatica, così stiamo costruendo il mishkan della Verità che presto verrà

    mostrata a tutto il mondo con il Terzo e Eterno Beth Hamikdsah, bymeyrà beyamenu, amen.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 17 marzo 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Le Mishpatim

    Shimon ha deciso di porre fine ai suoi problemi economici, e ha deciso anche come.

    Nel condominio di fronte vivono due anziani coniugi senza figli ma molto benestanti,

    questa notte mi introdurrò in casa loro senza farmi sentire e, mentre loro dormono,

    porterò via un paio di quadri…. solo due.. alla fine, per loro cambierà poco, per me invece…

    Detto, fatto. E’ una notte senza luna, buio pesto. Con gesti delicati ma precisi Shimon

    forza la serratura e entra silenziosamente in casa degli anziani coniugi, con passi felpati

    raggiunge i quadri, è un attimo, li prende e esce senza far rumore, in pochi minuti è a casa,

    nessuno ha visto niente, nessuno ha sentito niente. Solo un lieve ronzio, il “respiro”

    del Grande Fratello, anziani si ma non sprovveduti, le piccole, discrete telecamere

    di sicurezza hanno ripreso tutto….

    Anche Gad ha deciso di porre fine ai propri problemi economici, anche lui in modo sconveniente.

    Il negozio di moda e accessori di fronte è pieno di capi di abbigliamento di grande valore,

    pistola in pugno, “mani in alto, caricate tutto sul mio furgone!…. l’incasso, voglio anche quello…

    quanto… 30.000 Euro!.. tutto!… mettete tutto qui nel sacco… e che nessuno si muova!..”,

    poi via di corsa, chi mi prende più…. ancora quel ronzio, ancora il sommesso ronzio

    dell’occhio elettronico….

    Naturalmente Gad e Shimon non solo non hanno posto fine ai loro problemi economici

    ma ora ne hanno altri ben più gravi. Entrambi davanti al Giudice, con accuse di furto con scasso

    per il primo, rapina a mano armata per il secondo, attendono con ansia le inevitabili condanne.

    Secondo la Torà, Shimon dovrà restituire il doppio del valore dei quadri sottratti, Gad giusto quello

    che ha preso. Ingiustizia! Gad, che ha spaventato i commessi con la pistola, che si è portato via

    un sacco di cose, le restituisce e finisce lì, Shimon che ha agito di nascosto e non ha spaventato

    nessuno, per due soli miserabili quadri ora deve restituirne per il valore di quattro! Ingiustizia!

    Mishpatim sono le Leggi che se D.o non le avesse impartite nella Torà, “forse” (il dubitativo è

    d’obbligo) l’uomo le avrebbe istituite da solo, non rubare, non uccidere etc. Le condanne

    comminate ai nostri due sventurati “apprendisti malfattori” dimostrano però che la Giustizia di D.o

    è l’Unica Giustizia Vera, che comprende tutto, anche nell’applicazione delle Mishpatim, le

    cosiddette leggi comprensibili dall’uomo.

    Shimon ha agito nell’ombra dimostrando di temere solo gli uomini e non Colui che tutto vede

    e tutto sente ben più di qualunque marchingegno elettronico, giustissima quindi la doppia

    punizione.

    Verrà presto il giorno in cui applicheremo le Mishpatim allo stesso modo dei Chukkhim, le leggi di

    D.o completamente incomprensibili alla mente umana, Maschiach sarà il nostro Maestro e le

    studieremo tutti insieme, senza fretta, serenamente, gioiosamente, nel Beth HaMikdash che verrà

    ricostruito tra pochissimo bimeyrà beyamenu, omen ken yei ratzon.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 17 marzo 2019; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Camminare sicuri tra le difficoltà

    Succede di tutto. Sono cose molto forti, terribili, orribili, scandalose, con i nostri avi come protagonisti.

    I fratelli di Yosseph che lo vogliono far fuori (chi? i figli di Yaakov? quelli completamente integri, interamente tzaddikim? …si.. proprio loro…), poi Yehudà che si unisce con la nuora Tamar in un modo apparentemente riprovevole, (chi? Yehudà? proprio il progenitore di Maschiach? si.. si.. quello…), ancora Yosseph accusato ingiustamente di atti immorali mai fatti e sbattuto a marcire in prigione… (chi? Yoseph HaTzaddik? IL Giusto?.. si..si.. proprio lui…). Succede di tutto, succede così tanto da poter ispirare un centinaio di puntate di Beautiful e similari. Ma coinvolti non sono Ridge e Brooke, gli attori sono i nostri Tzaddikim, i più grandi personaggi con una Santità immensa, con una vicinanza a Ha-Kadosh-Baruch-Hu così grande da non poterli immaginare in altro modo che non seduti 24 ore al giorno intenti a rompersi la testa su un trattato di Ghemarà.

    “VaYeshev Yaakov be Eretz MeGurei Aviv, Yaakov si stabilì nella terra dove suo padre aveva abitato MeGurei, con paura…(Bereshit 37, 1)”. VaYeshev è lo status a cui aspirano tutti gli esseri umani, stabilirsi vivendo tranquillamente, casa, famiglia, salute, soldi, vacanze, tutto in abbondanza, senza sforzi ne pensieri, VaGur è ancora un termine che significa stabilirsi ma in modo diametralmente opposto, con difficoltà, problemi, fatica, paura, proprio il tipo di di vita che nessun uomo al mondo si augurerebbe di avere ma che però sembra essere quella di tutti, grandi Tzaddikim compresi, anzi, proprio a loro è successo davvero di tutto e di più, altro che abbandonarsi ogni giorno alla dolce cantilena della Mishnà protetti dalle solide e confortevoli mura di una Yeshivà.

    In un solo verso la Torà ci dice non solo come funziona la vita ma anche come farla funzionare.

    E’ pacifico che la vita tranquilla non esiste, non può esistere perché altrimenti non sarebbe vita, i morti sono tranquilli, i vivi devono fare per sentirsi vivi, devono agire e crescere in mezzo a mille problemi attraversando talvolta gli imprevedibili temporali e burrasche dell’esistenza umana, è così per tutti, nessuno escluso, anche per coloro che vivono giorno e notte saldamente attaccati al loro Creatore.

    Per questi ultimi però, c’è una possibilità in più, a portata di mano di chiunque lo voglia.

    Studiare Torà per cercare di fare bene la Sua Volontà, quindi alla fine essere semplicemente ciò per cui sei stato creato, non ti renderà la vita più facile, ma vivrai tranquillamente tutte le difficoltà camminando sicuro, mano nella mano con il Padrone dell’Universo, verso una crescita spirituale senza fine.

    Questa è l’unica possibile tranquillità della vita in questo mondo, non ce ne sono altre.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 30 novembre 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Le Sue promesse

    Esaù sta andando incontro al fratello “accompagnato” da 400 uomini armati fino ai denti.

    Dopo quello che gli ha “combinato” Yaakov Avinu, è facile immaginare che le sue intenzioni non siano proprio quelle di voler accendere insieme le candele di Chanukkà e fare un po’ di festa in famiglia. Yaakov Avinu ne è ovviamente molto spaventato, conosce il carattere violento del fratello, la totale assenza di principi morali, conosce bene l’odio che lo alimenta.

    Di qua Yaakov Avinu, il pacifico pastore disarmato che avanza con le sue mogli, i suoi figli e i suoi averi, di la Essav, un feroce e sanguinario guerriero abituato alla vittoria, c’è proprio di che essere terrorizzati, chi non lo sarebbe? Tutti…. ma non Yaakov Avinu! Come fa il Patriarca, che teme veramente e sinceramente D.o, aver paura di suo fratello o di chiunque altro?

    D.o gli aveva promesso protezione, abbondanza, prosperità e posterità e aveva mantenuto tutte le Sue promesse, Yaakov ha toccato con mano tutto il Bene che l’Eterno gli ha fatto con amore, Hash.m è con me, di chi mai dovrò aver paura, D.o è certamente sempre al mio fianco, cosa mai potrà farmi un uomo? (Tehillim..). E’ vero, però… forse…

    Il 19 di Kislev si festeggia la liberazione dell’ Alter Rebbe, Rabbi Shneur Zalman di Liadi, il Baal HaTanya. In questo giorno, del lontano 1799, il Santo Rabbi veniva liberato dalle prigioni zariste dove era rinchiuso, condannato a morte per favoritismo con il sultano turco, nemico dello zar.

    Per lo zar della Russia di allora la vita di un ebreo valeva meno di quella di una mosca, non valeva la pena di spendere neanche un fugace pensiero sulla loro sorte. Eppure l’Alter Rebbe venne scagionato da tutte le (ovviamente false) accuse e venne liberato, la Mano di D.o è stata più che palese.

    Normale la reazione di tutti i suoi discepoli alla sua liberazione. Subito tanta gioia, poi subito pensieri di rivalsa, bisogna che tutti coloro che hanno fatto così tanto male al nostro Rebbe paghino in qualche modo! Il primo discorso fatto dal Rabbe invece si apre con le stesse parole di Yaakov Avinu.

    “….(forse) i miei meriti sono diminuiti dopo tutti i Tuoi Atti Misericordiosi e la fedele realizzazione di tutte le Tue promesse… (Bereshit, 32, 11)”… Se già prima sapevo di non valere niente, tutto il Bene ricevuto da Hash-m mi dimostra che sono uno zero, anzi, un doppio zero, per quale motivo quindi dovremmo rivalersi su quei malvagi uomini? Chi siamo noi per poter giudicare?

    Se degli uomini grandissimi come Yaakov Avinu e il Baal HaTanyà arrivano a preoccuparsi perché (forse) i loro meriti sono diminuiti a causa della tanta Bontà ricevuta da Ha-Kadosh-Baruch-Hu, noi piccoli uomini dei nostri tempi moderni invece “pretendiamo” da D.o successo, denaro, comodità, agiatezza,salute, benessere, D.o ci da tutto quanto ci serve e… siamo contenti? Quasi mai.

    Diciamo grazie? Raramente. Se mai fossimo riusciti ad acquisire anche qualche microscopico merito, con tutto il Bene che l’Eterno ci ha fatto, il bilancio si chiude sempre in rosso, loro pensavano a una “diminuzione” dei loro meriti, noi invece andiamo sotto… e di tanto…

    Poco importa. Per nostra fortuna, il Santo-Benedetto-Egli-Sia da, sempre e comunque, per il Suo grande Amore, a noi almeno l’onere di riconoscerlo.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 27 novembre 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Lui c’è.

    Chi è D.o? Com’è? Nessuno lo sa, nessuno può saperlo. Tranne Moshè Rabbenu, unica eccezione, nessun essere umano può “vederLo” mentre è in vita, non è una cattiveria ma un semplice dato di fatto, la dotazione umana, con occhi che quando va bene riescono a vedere a 50/100 metri, spesso con l’ausilio di lenti e occhiali, non ci consente di “vedere” la Divinità così come i cinque sensi non ci consentono di percepirne la Presenza. Pur non sapendo Chi è, si sa però con precisione cosa non è.

    Per esempio, non è niente di quello che può essere un essere umano o qualunque altra creatura di questo mondo, Lui è il Creatore, infinito, immateriale, Unica Esistenza vera, fuori dal tempo e dallo spazio, inimmaginabile (qualunque cosa si possa immaginare di Lui è per forza falsa… e non pensiamo certo alle icone per bambini tipo barba bianca e voce tuonante… anche il pensiero più alto, astratto e spirituale non potrà che essere sempre completamente falso) noi gli esseri creati, finiti, materiali, mortali, viventi a tempo determinato nel tempo e nello spazio, un gap assolutamente incolmabile.

    Eppure c’è una certezza, solida, umanamente e facilmente comprensibile: Lui c’è. Sempre. Ovunque. Non Lo vediamo, non Lo sentiamo, non Lo percepiamo, ma c’è.

    C’è anche adesso, anche ora, qui nelle stanze degli uomini, non negli Alti Cieli, ma qui vicino a me, sulla mia sedia mentre scrivo e sulla tua mentre leggi, c’è sempre, anche quando andrò a dormine, Lui sarà lì, vicino al mio letto.

    Lui c’è per forza: se hashveshalom non ci fosse sempre, ma proprio sempre, il mondo non esisterebbe, senza la Sua continua Energia profusa nel Suo Universo nulla esisterebbe più, se ti staccano la luce per un secondo mentre sul PC non hai salvato, il tuo lavoro di due ore non esiste più… come se per due ore non avessi fatto niente…. eppure avevi scritto tanto…finita la benzina la macchina si ferma, e non si muoverà più finchè non ne metti dell’altra, tutto vive e si muove grazie all’Energia Divina che toccando ogni aspetto del Creato, non può che essere presente sempre e comunque dappertutto.

    La religione ebraica non è “credere” in D.o ma “sapere” che D.o interviene nella mia vita ogni secondo.

    Come sono certo che “I Promessi Sposi” li ha scritti Alessandro Manzoni, pur non avendolo mai conosciuto ne avendo vissuto nei suoi tempi, così sono certo che la Torà l’ha scritta HaKadosh-Baruch-Hu pur non avendoLo “conosciuto” quando Si è rivelato agli ebrei sul Monte Sinai, ci sono le testimonianze.

    Vayetzè, è uscito…. anch’io oggi sono voluto uscire dalla consuetudine che mi vuole commentatore della parashà della settimana. L’ho faccio perché in questi ultimi tempi vivo una grande sofferenza, ho un gran peso al cuore, quasi una continua angoscia nel constatare il quasi totale disinteresse della quasi totalità degli ebrei milanesi verso Colui che è l’Artefice di Tutto e la Sua Santa Torà.

    “Io sono l’Eterno Tuo D.o, che ti ha tratto dalle ristrettezze per esserti D.o…” tutti sembrano essersene completamente dimenticati del perché l’Eterno ci ha creati, cine, teatro, ristorante, in vacanza, tutto è più divertente che studiare la Torà e avvicinarsi al Creatore, Colui che può Tutto, l’Unico che non smette mai di pensarci secondo per secondo.

    Questa crisi terribile avrebbe dovuto spingere i figli a chiedere al Padre Onnipotente di salvarli; invece, pur avendo questa incredibile reale opportunità, tutti hanno sempre qualcos’altro di “meglio” da fare. Noi sappiamo che D.o c’è, noi sappiamo che D.o può tutto,  noi sappiamo che insieme a Lui possiamo raggiungere la massima, unica vera gioia e facciamo altro, alla fine niente, perché poi sempre niente ci resta in mano. Vedere ogni giorno i miei fratelli che vivono così è per me motivo di continuo dolore, un urlo silenzioso che esce dolorosamente dalla mia anima.

    Per favore, vieni a studiare Torà, con me o con altri, vieni al tempio, già da questo Shabbat, il tuo singolo contributo è fondamentale per migliorare la vita di tutti.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 20 novembre 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Shirà Ha’asinu: il cantico Ha’asinu

    Cantare è una manifestazione di gioia, il canto esce da un cuore lieto, contento, allegro.

    Naturalmente il canto non poteva non avere una grande importanza nell’ebraismo, i canti che cantavano i Levyim nel Beth Hamikdash erano di una bellezza e melodia mai sentite, nessun cantante o artista, di alcun genere musicale, è mai riuscito a uguagliarli.

    Hash.m quindi chiede al Suo Popolo tramite Moshè di imparare a memoria la Shirà Ha’asinu, il cantico Ha’asinu (Devarim 31, 19). Se ti sembrerà che Hash.m Si nasconde e Si è allontanato da te, quando in realtà eri tu che ti eri allontanato da lui, allora canterai questa Shirà.

    Shirà deriva da Sharir, che significa fissare, legare. Cantando Haasinu l’uomo lega il proprio cuore a D.o, fissa tutte le parole della Torà nella propria mente, cantando questa Shirà l’ebreo coinvolge tutto il suo essere nella Teshuvà. Non a caso il capitolo con il canto è numerato con 32 (Devarim 32, 1).

    Il valore numerico di 32 è lev, cuore, a significare che questo canto è indirizzato al cuore di ogni persona, esce dal cuore di ogni ebreo, ma è anche il cuore di tutta la Torà, studiare questa Shirà quindi è studiare l’intera Torà.

    Dopo Yom Kippur ora ci aspettano giorni di grande gioia, Sukkot, Sheminì Atzeret, Simchà Torà.

    A partire già da questo Shabbat, canteremo la Torà, studieremo la Torà, balleremo con la Torà.

    Che D.o Onnipotente ci mandi finalmente la gioia più grande con Maschiach, così da farci cantare tutti, con la più grande e vera felicità, nel Suo Beth Hamikdash, per sempre, omein ken yei ratzon.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 20 novembre 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Yom Kippur

    Yom Kippur è il giorno dove la Teshuvà, il ritorno verso D.o, raggiunge i massimi livelli.

    Obiettivo? Riconoscere di non essere stati proprio bravissimi, che avremmo potuto fare di meglio

    per il prossimo e per il nostro Creatore, che si, insomma, magari volevamo farlo ma il lavoro, gli impegni, i problemi… lo riconosciamo, saremmo dovuti essere più forti e superare quelli che erano i “soliti” impedimenti dai quali, ognuno nella propria vita, non riesce a separarsi , lo riconosciamo e chiediamo al Creatore a gran voce il Suo Perdono dicendoGli che quest’anno noi ci metteremo più impegno, per questo Avinu Malkenu regna ancora su di noi, perdonaci, noi torniamo a Te, facciamo Teshuvà, dacci un buon anno così avremo ancora la possibilità di provare a fare meglio. La “ricetta” della Teshuvà, è piuttosto semplice, la parola “Teshuvà“ in ebraico si scrive con 5 lettere che i nostri Maestri spiegano:

    (T)et, Taamim Tihiè. Sincerità. E’ il primo passo. Se dici al Creatore che sei dispiaciuto pensando però che tutto sommato non hai fatto niente davvero di così male tanto da chiedere il perdono, tutto finisce qui.

    (S)hin, Shivit, shiviti Hash.m. Il secondo: fissare subito bene il traguardo che si vuole raggiungere: sei Tu, Hahs.m, e a Te dove voglio arrivare, e con Te che voglio stare, vicino vicino, tutto questo nuovo anno.

    (V)av, Veaavta Reechà Kamokà, l’amore per gli altri, essere sempre vigili a ascoltare, percepire i problemi degli altri per vedere se, in qualche modo, si può dare una mano, aiutare gli altri, talvolta basta solo un sorriso o un abbraccio.

    (V)et, Ve Kol Derachechà: così in tutte le tue vie, in ogni occasione, in ogni situazione, al bar, in strada, in ufficio, con gli amici, in sinagoga, KOL, così sempre.

    (H)ei, Haznà Lachem, privacy, la riservatezza, fai tutto con discrezione, è tutto tra te e D.o, Lui non ha bisogno che strombazzi ai quattro venti quanto sei stato generoso con quel poveraccio, Lui ha visto e Lo sa bene, è una cosa tra te e Hash.m  e nessun’altro.

    Proponendoci una sincera Teshuvà basata su queste semplici 5 indicazioni, ci assicureremo da D.o un nuovo anno pieno di prosperità felicità, abbondanza, buona salute e tutto il grande Bene che Iddio Onnipotente, ogni anno, non manca mai di farci avere con Mano Larga e Santa, amen ken yey ratzon.

    Hatimà tovà!

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 20 novembre 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).