Canzoni tradizionali ebraiche cantate da Rav Rodal
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
Articoli dal vecchio blog di Rav Rodal, recuperati dall’archivio di Internet.
Canzoni tradizionali ebraiche cantate da Rav Rodal
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
La liberazione dall’Egitto, che è alla base della festività di Pesach, è legata al korban Pesach, l’offerta dell’agnello pasquale. L’agnello fu sacrificato, e poi mangiato, in ogni famiglia, come racconta il brano della Torà della parashat Hachodesh.
L’esodo dall’Egitto non fu solo la liberazione di numerosi individui, ma la liberazione di un popolo. Ebbe inizio con la dichiarazione divina: ho visto le sofferenze del mio popolo(Esodo 3, 7) cui fece seguito la richiesta: lascia partire il mio popolo(Esodo 5, 1) e il comando impartito a Moshe: Fa uscire il mio popolo, i figli di Israele dall’Egitto (Esodo 3, 10). Di conseguenza il Korban Pesach dovrebbe porre in rilievo il tema nazionale, l’idea della collettività e della Comunità, ma non è così. È vero che tutta la congregazione di Israel aveva ricevuto l’ordine di offrire, insieme, il sacrificio, ma le istruzioni dicevano che ogni casa doveva avere il suo agnello; ogni ebreo veniva scelto individualmente e contato affinché potesse partecipare al consumo del Korban Pesach ed ogni persona doveva stare nella sua casa, o compagnia, mentre veniva consumato il sacrificio pasquale (Esodo 13, 3; 12, 47).
Il Korban Pesach ci insegna che perfino un progetto comunitario deve cominciare con l’individuo, la famiglia e l’ambiente che lo circonda. Inoltre non sono le cose generali e le risoluzioni di grande portata che dovrebbero attirare la nostra attenzione, ma i piccoli doveri della vita quotidiana. Soltanto così si raggiungerà l’affrancamento dell’individuo e della Comunità.
(Da una lettera del Rebbe di Lubavitch, dell’11 nissan 5724; tradotta in Il Pensiero della Settimana, a cura del rabbino Shmuel Rodal).
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
La parashà di Bereshìt, la prima del ciclo, narra della creazione di Adamo, il primo uomo. Sebbene D-o gli avesse proibito di mangiare il frutto dell’albero, Adamo non riuscì a vincere la tentazione e mangiò; le conseguenze colpirono non solo lui, ma tutte le generazioni successive.
Leggendo attentamente quanto narrato dal midrash a proposito di questo episodio, si rileva un aspetto particolare della trasgressione di Adamo. L’ammonimento di non mangiare il frutto valeva solo fino all’inizio del sabato, poi sarebbe stato libero. Anzi il divieto gli era stato rivolto quando tre quarti della giornata di venerdì erano ormai passati, di modo che Adamo ed Eva dovevano astenersi dal mangiare il frutto solo per tre ore. Se si considera che Adamo venne modellato dalla mano di D-o e che fu D-o stesso ad impartirgli questo precetto, come non stupirsi che egli non sia stato in grado di resistere per sole tre ore?
Tutti gli uomini hanno in sé uno yetzer harà, uno spirito del male, il cui scopo e la cui sola ragione di esistere è indurci a fare l’opposto del Volere Divino. Lo yetzer harà può nascondere e mascherare i suoi scopi con pretesti che sembrano ragionevoli, ma la sua vera intenzione è di persuaderci ad agire contro il Volere di D-o. Perciò quanto più vitale un determinato precetto è per una persona, tanto più grande sarà l’impegno dello yetzer harà per dissuaderlo dal metterlo in pratica. Anche se si tratta di un comando a cui si può obbedire con facilità, esso sembrerà terribilmente difficile da osservare, per effetto dei tortuosi ragionamenti addotti dallo yetzer harà.
Ora è facile comprendere come Adamo cedette alla tentazione. Lo yetzer harà, che allora si presentò sotto forma di un serpente, conosceva bene l’immensa portata della prima colpa e perciò usò i suoi ragionamenti più persuasivi e tutto il suo potere di convinzione in quelle tre ore, finché riuscì nel suo intento.
È questo per noi un mussar haskel (lezione): ci sono molti che asseriscono che gli ebrei diventerebbero assai più osservanti se il “peso” delle leggi della Torà venisse alleggerito. Se ci fossero solo poche e semplici norme da seguire, dicono, tutti gli ebrei le seguirebbero con devozione. Queste persone, purtroppo, misconoscono le vere caratteristiche spirituali dell’ebreo e lo scopo dello yetzer harà. Infatti anche quando c’era un solo precetto da osservare – e per un tempo limitato a tre ore – esso è sembrato terribilmente difficile.
Non sono i compromessi con le Leggi della Torà che risolvono la questione: piuttosto ognuno deve rendersi conto che ha il potere e la forza interiore di vincere il suo yetzer harà e di adempiere alla Volontà Divina.
(Saggio basato su Likuté Sichòt, vol III, 747; tradotto in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal)
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
Questa settimana si legge un brano speciale della Torà: la parashat Shekalim. Tale brano riguarda l’ordine secondo il quale ogni ebreo doveva contribuire con mezzo shekel alla costruzione del Mishkan, il Santuario nel deserto.
I Maestri ci dicono (Tossafot, Talmud Chullin 42a) che quando Moshé ricevette il comando Divino di imporre una tassa di mezzo shekel ad ogni uomo adulto, rimase molto perplesso; quella moneta doveva servire per espiare il peccato commesso adorando il vitello d’oro.
«Come mai poteva un uomo espiare una colpa dando solo una moneta?» si chiese Moshé.
Ora ci viene fatto di chiederci: Moshé aveva già ricevuto altre volte l’ordine di fare sacrifici ed offerte per l’espiazione di peccati e mai aveva manifestato la sua sorpresa per il fatto che una persona potesse espiare le proprie colpe con una semplice offerta. Perché, allora, questa perplessità sulla tassa di mezzo shekel?
La Torà vuole che ogni ebreo adempia a 613 precetti. Queste mitzvot sono divise in due grandi categorie: 365 precetti negativi, o proibizioni, e 248 precetti positivi.
I Maestri spiegano (Tiqquné Zohar 30, p. 74; Tanya 23) che le 613 mitzvot corrispondono ai 613 organi del corpo. Alcuni hanno una funzione limitata e specifica, l’occhio serve per vedere, l’orecchio per udire, mentre altri, come il cervello e il cuore, non hanno solo una funzione specifica, ma sono così importanti che l’intera forza vitale del corpo si concentra in essi (Tanya 9).
Se il funzionamento di questi organi è in qualche modo difettoso o se sono colpiti da qualche malattia, è proprio il centro della vitalità di tutto l’organismo a venire gravemente compromesso.
Parimenti le mitzvot: alcune sono precetti specifici, mentre altre sono precetti generali. I primi due tra i Dieci Comandamenti – Io sono il Signore D-o tuo e Non avrai altri dei al Mio cospetto – sono precetti che riguardano la vera essenza dell’anima ebraica. Perciò qualsiasi trasgressione contro questi due Comandamenti – e tale è l’idolatria – inciderà sulla spiritualità umana nel suo complesso e sui vincoli che uniscono l’ebreo al Creatore.
Si può quindi comprendere la sorpresa di Moshé per quella tassa di mezzo shekel. Non gli sembrava inconsueto che si potesse espiare una colpa speciale con un sacrificio e un’offerta, ma come mai mezzo shekel poteva bastare per espiare l’adorazione del vitello d’oro, una colpa che aveva corrotto l’essenza stessa dell’anima?
E tuttavia le parole della Torà definiscono l’obolo di mezzo shekel: …un’espiazione delle loro anime.
Ma se anche un uomo offrisse a D-o tutte le sue ricchezze, basterebbe questo a riscattare la sua Nefesh (anima)? È forse possibile che con l’offerta di una qualsiasi somma di denaro l’uomo redima la propria anima?
Il dubbio di Moshé trova il suo chiarimento nella particolare natura della mitzvà del mezzo shekel.
(Saggio basato su Likuté Sichòt, vol III, 923; tradotta in Il Pensiero della Settimana, a cura del rabbino Shmuel Rodal).
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
La parashà di questa settimana ha inizio con le seguenti parole: “Vedi dunque, i pongo oggi davanti a te la benedizione e la maledizione. La benedizione nel caso voi ascoltiate i precetti del Signore nostro D-o… e la maledizione se non ascolterete i precetti…” (Devarìm 11:26-28).
Quando un ebreo si discosta, D-o ci guardi, dalla via della Torà e delle mitzvòt, ciò equivale già di per sé a una maledizione.
A tutti è nota l’importanza dei fattori ereditari nel determinare determinate caratteristiche fisiche, intellettuali e spirituali che si trasmettono, talvolta, per parecchie generazioni. Questi fattori ereditari acquistano una persistenza ancora maggiore quando una determinata caratteristica della personalità è trasmessa ininterrottamente attraverso molte generazioni, rafforzandosi sempre più fino a divenire una componente dell’essenza stessa dell’individuo, la sua più vera natura.
È chiaro pure che quando un uomo – come del resto qualsiasi essere vivente – desidera modificare qualche propria caratteristica innata, profondamente radicata, questo richieda da lui uno sforzo tremendo. Il risultato potrà essere piuttosto distruttivo che costruttivo poiché i terribili conflitti che si scateneranno nel suo animo potranno avere le conseguenze più funeste.
Penso soprattutto a un ebreo – uomo o donna – che, per il fatto di appartenere a una delle più antiche nazioni del mondo, una nazione che ha dietro di sé una storia documentata per oltre 35 secoli, sente che ogni sua fibra vitale e tutta la sua anima sono legate al popolo ebraico con un vincolo innato e naturale. È per questo che, come ha dimostrato ampiamente la storia, non poterono sopravvivere quelle sette o quei gruppi che cercarono di staccarsi dalla tradizione fedele alla Torà e alle mitzvòt. Questi gruppi dissidenti si sradicarono dal loro terreno naturale e, lungi dall’essere costruttivi, divennero i nemici più accaniti del popolo ebraico e i suoi peggiori persecutori.
Solo gli ebrei che si mantengono fedeli alla Torà e alle mitzvòt, quali ci furono rivelate al Sinay, sono sopravvissuti ai loro persecutori, poiché grazie a Torà e mitzvòt il popolo può rimanere unito a D-o, cui dobbiamo tutto il nostro sistema di vita.
Se si riflette su ciò si arriveranno ad amare le grandi e sante verità che ci sono state tramandate di generazione in generazione, dalla rivelazione sul monte Sinay fino a oggi.
L’accettare incondizionatamente e senza sollevare problemi la tradizione sacra, non significa escludere ogni partecipazione dell’intelletto. C’è molto che, pur con le sue limitazioni, la nostra mente può afferrare, perché D-o nella sua grazia infinita ci ha dato la possibilità di comprendere alcuni aspetti dei suoi Comandamenti. Saremo in grado di renderci conto sempre meglio dei loro profondi significati proprio se praticheremo le mitzvòt nella nostra vita di ogni giorno e ne faremo un’esperienza quotidiana. Solamente così un ebreo potrà raggiungere la vera pace dello spirito e condurre una vita felice e armoniosa non solo dal punto di vista spirituale, ma anche da quello fisico ed avrà piena coscienza del fatto che l’appartenere al popolo ebraico, a questa nazione grande e consacrata, è un immenso privilegio.
(Saggio basato su una lettera del Rebbe di Lubavitch; tradotto in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal).
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
La parashà di questa settimana, Bo, narra come gli ebrei ricevettero l’ordine di sacrificare un agnello prima dell’uscita dall’Egitto.
Sul modo in cui si sono sviluppate la cultura e la civiltà degli egizi, le forze della natura e i fenomeni naturali, specialmente per quanto concerne le ben note inondazioni del Nilo, ebbero un’influenza determinante.
In Egitto non piove quasi mai, ma l’ingegno umano aveva creato un elaborato sistema di irrigazione che aveva fatto di questo paese un fiorente giardino, circondato dal deserto.
Da queste circostanze nacque una cultura perversa di idolatria che era caratterizzata principalmente da due elementi: la deificazione delle forze della natura e quella della capacità umana di organizzarle.
Le manifestazioni del culto e della superstizione raggiungevano in Egitto il loro apice proprio nel momento del risveglio annuale della natura, nel mese in cui ha inizio la primavera. Questo mese stava sotto il segno zodiacale dell’ariete, e l’ariete era proprio uno dei principali simboli sacri del culto egizio.
Dopo 210 anni di asservimento al faraone, gli ebrei ebbero da Mosè l’annuncio che D-o li avrebbe liberati – ad una condizione: «Ritiratevi e prendetevi un agnello e offritelo in sacrificio pasquale».
Molti ebrei si erano assimilati e avevano assorbito senza riserve la cultura e le credenze egizie. Il precetto ritiratevi, significa che era necessario ritrarsi dall’idolatria del paese e negarla radicalmente, sacrificando a D-o il sacro agnello egizio. Non basta negare l’idolatria nel fondo del proprio cuore, non basta nemmeno farlo celatamente, restando tranquillamente nell’intimità della propria casa. Bisogna farlo apertamente, senza paura, proprio come avvenne in occasione del sacrificio pasquale in Egitto. Mosè assicurò al popolo, a nome di D-o, che solo in tal caso sarebbe avvenuta la liberazione: e precisamente non quando le forze della natura sono assopite e nascoste, bensì proprio nel mese della primavera, quando la natura sprigiona le sue energie più vitali.
Come nell’antico Egitto, molti individui oggi si inchinano alla supremazia dell’uomo e alle sue sorprendenti conquiste. Non c’è posto, nella vita di costoro, per il Signore in quest’era della scienza.
La pasqua ebraica ci riconduce all’antico ammonimento, è necessario ritirarsi e respingere l’idolatria del paese in cui viviamo – comunque si manifesti. È necessario riconoscere che D-o domina l’universo, anche attraverso la cortina di fumo che la scienza, con le sue meravigliose scoperte, stende tra Lui e noi.
(Saggio basato su una lettera del Rebbe di Lubavitch. Pubblicato in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal).
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
Si vuole qui ricordare il detto famoso del Ba’al Shem Tov, fondatore del Chassidismo: «In ogni cosa che vede o sente l’ebreo dovrebbe trovare sempre una fonte di ispirazione e una guida per servire meglio l’Onnipotente».
Se questo vale, in generale, per ogni cosa che vede o sente tanto più sarà riferibile alle festività istituite dalla Torà, le quali racchiudono importanti insegnamenti per la vita quotidiana.
Nella festività di Pessach e nell’osservanza della Sefirà troviamo uno di questi moniti di vitale importanza, che ora passeremo ad analizzare.
Per secoli i figli di Israele furono schiavi in Egitto, asserviti nel corpo e nello spirito e corsero un pericolo mortale di venire assimilati, infatti erano discesi a un livello spirituale così basso che quando Moshé portò loro il messaggio che annunciava l’imminente liberazione dal giogo egizio, essi non l’ascoltarono: per la depressione di spirito in cui si trovavano e per la durezza della schiavitù (Esodo 6, 9). Tuttavia, dopo essere stati liberati, essi raggiunsero in un tempo relativamente breve il più alto livello spirituale al quale l’uomo possa aspirare, e giungere: ogni uomo o donna e bambino di Israele era maturo per ricevere la Rivelazione Divina sul monte Sinai, degno di attingere alla più alta fonte del sapere, per tramandare alle future generazioni tesori inesauribili di saggezza e di fede.
Ciò dimostra come ad ognuno sia dato di risollevarsi dal più profondo decadimento e di raggiungere, in un tempo altrettanto relativamente breve, il più alto grado di elevazione spirituale, purché lo desideri sinceramente, con tutto il cuore.
I figli di Israele ebbero questo ardente desiderio quando seppero il vero scopo della loro liberazione, ossia il dono della Torà sul monte Sinai e attesero con ansia tale evento, contando impazienti ogni giorno che li separava da esso (Shvilé ha–Leqet, ‘Arugà 8, Seder‘Atzeret 236). È per questo che anche noi contiamo i giorni della Sefirà e proviamo, nel profondo del cuore, la stessa emozione che sentivano i nostri padri.
Quanto esposto reca a tutti un altro incoraggiante messaggio: quando dimostriamo la ferma volontà di elevarci, D-o aiuta a raggiungere la meta, togliendo gli ostacoli dal nostro cammino, affinché la missione che l’anima di ogni ebreo deve compiere sulla terra possa essere portata a buon fine.
(Da una lettera del Rebbe di Lubavitch; tradotto in Il Pensiero della Settimana, a cura del rabbino Shmuel Rodal)
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
Questo shabbat è Shabbàt Shuvà, il Sabato del Pentimento.
Il ba’al teshuvà, colui che si pente di come ha vissuto finora, per seguire la via della Torà e delle mitzvòt, si trova dinanzi ad una grande prova: quella che lo porterà ad affrontare e mutare radicalmente l’atteggiamento e la linea si condotta adottati in precedenza.
La generazione attuale è abitualmente fatta oggetto di critiche quando viene paragonata con quella precedente. Non importa quali siano le conclusioni a cui ci può portare un simile raffronto; resta comunque da constatare un’indiscutibile verità: che la nuova generazione non teme di affrontare una sfida e non soltanto quando questa la mette in conflitto con la maggioranza, ma perfino quel tipo di sfida che richiede sacrifici e cambiamenti di vita. Alcuni dei giovani d’oggi sono pronti ad accettare una sfida, con tutto ciò che essa comporta, mentre altri che, per un motivo o un altro, non sono ancora in grado di farlo, rispettano comunque chi l’accetta e pure chi li ha messi di fronte a tale situazione.
Ciò è molto differente da quanto avveniva nel passato, quando una sfida alle opinioni e alle idee allora predominanti richiedeva molto coraggio; spesso colui che si azzardava a farlo era considerato un visionario, privo di senso pratico.
Ma c’è dall’altro. Molti giovani non si fermano semplicemente a raccogliere una sfida che riguardi una teoria o una filosofia profonda, ma vogliono pure conoscerne l’applicazione pratica e non come esperienza occasionale, ma quotidiana. Infatti è questo genere di teoria che più li interessa.
C’è un altro fatto positivo che riguarda la gioventù di oggi: è il diverso atteggiamento che essa prova verso chi li mette di fronte alla sfida: vediamo che i ba’alé teshuvà, le persone che solo di recente hanno sentito il bisogno di seguire la Torà, quando parlano ai giovani dell’ebraismo risvegliano in loro sentimenti profondi e durevoli. Anche se sembrerebbe logico che la sfida venga presentata ai giovani da una persona che già da lungo tempo è compenetrata dagli ideali che sta diffondendo, oggi non è più così.
Ad ogni passo si vede il susseguirsi di cambiamenti radicali nel mondo fisico; e se ciò è possibile in tale mondo, lo sarà certamente nel regno dello spirito come affermano i maestri a proposito del ba’al tashuvà: “Una persona può, talvolta, in un solo momento conquistare l’eternità”.
Perciò nessuno può ignorare il suo dovere di diffondere una nuova verità; non importa se chi la propugna non ha al suo attivo lunghi anni di devozione alla causa. Al contrario, ciò può essere perfino considerato un vantaggio, dato che potrebbe servire come incoraggiamento e buon esempio in casi analoghi.
(Saggio basato su una lettera del Rebbe di Lubavitch; tradotti in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal).
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
La parashà di questa settimana racconta del viaggio di Eli’ezer, il sevo di Avrahàm, che si recò presso Nachor per trovare una moglie per Yitzchak.
Eli’ezer scelse Rivka e chiese ai genitori di lei il permesso di portarla con sé nella terra di Canaan. Egli disse loro: «Ed ora siete disposti a usare benignità e fedeltà (sincerità) verso il mio padrone…» (Bereshit 24, 49).
Le parole di Eli’ezer ci sembrano strane. Egli chiedeva ai genitori di Rivka di mostrare la loro benignità verso Avrahàm permettendo alla loro figlia di andare con lui.
Questo atto di benignità non sarebbe stato forse, di per sé, la migliore dimostrazione che essi agivano con fedeltà (sincerità)? Perché allora Eli’ezer chiese che trattassero con benignità e con sincerità? Se qualcuno è benigno e caritatevole con un suo simile, non provano forse le sue azioni che la sua benignità è vera e sincera? Purtroppo la risposta è no. C’è una grande differenza tra chessed (benignità) e emet (verità, in questo caso: sincerità).
I brani seguenti, tratti dagli scritti dei rabbini di Lubavitch, potranno chiarire meglio questo concetto.
Il grande rabbino Shneur Zalman di Liadi, fondatore del Chassidismo Chabad, insegnò ai suoi seguaci che essi dovevano analizzare con spirito critico ogni loro azione, per accettare quanto fosse sincera.
Il Rebbe Precedente di Lubavitch, di santa memoria, insegnava: «Alcuni possono pensare che per servire veramente D-o sia necessario compiere delle azioni di grande risonanza. In realtà ogni azione, ogni gesto ha grande valore e significato, purché sia compiuto con sincerità. Per esempio il semplice atto di recitare una berachà (benedizione), purché si sia profondamente compenetrati del suo significato e le parole della preghiera vengano dette come devono essere dette – ossia con sentimento ed emozione sinceri e con la coscienza di trovarsi al cospetto dell’Onnipotente. Così lo studio di un versetto della Torà, purché ci si renda conto che è la parola di D-o, e lo stesso per un versetto dei Tehillim. Così, ancora, il dare prova di un attaccamento e di un amore sinceri verso i propri simili. Bisogna fare un enorme sforzo e studiare indefessamente la Torà anche per riuscire a dare un segno tanto semplice di sincerità!».
Al giorno d’oggi abbiamo scavato un profondo fossato tra chessed ed emet.
La prima è una qualità che abbonda, l’ebreo dei nostri tempi è conosciuto per il suo buon cuore e per la sua generosità, ma emet è una qualità così difficile da trovare!
Molti sono noti per i loro atti di chessed, ma quando si tratta di emet, quando, cioè, si dovrebbe agire con chessed in circostanze che non offrono alcuna possibilità di farsi notare da un pubblico, allora il loro entusiasmo nel dare è assai più tiepido.
È così grande il divario tra generosità e sincerità che Rashi, il grande commentatore della Torà, afferma che una generosità sincera può riscontrarsi solo in quel genere di azioni tra cui rientra quella di onorare i morti. Infatti non può essere sospettato di mirare a un eventuale vantaggio colui che rende omaggio a un morto, poiché questo non potrà mai ricompensarlo.
Comunque, al giorno d’oggi anche in questo caso classico di chessed shel emet (generosità sincera) citato da Rashi, è spesso difficile capire se taluni intervengono a una cerimonia funebre per onorare il defunto oppure… per ingraziarsi i vivi.
(Pubblicato in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal).
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).
Questo Shabbat è Sabbat Hagadòl, il Grande Sabato, che ci annuncia la prossimità della festa di Pesach.
Quando tale festa si avvicina, è nostro compito dedicare ogni cura perché la nostra casa sia pronta a celebrare la grande e solenne festività.
In questo periodo non dovremmo occuparci soltanto dei preparativi pratici, ma è necessaria pure una preparazione spirituale, poiché nella vita ebraica le cose materiali e spirituali sono strettamente unite, specialmente nella celebrazione dello Shabbàt e delle Feste.
Per Pesach celebriamo la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e, al tempo stesso, dall’antico sistema di vita egizio, ed il rifiuto dei suoi costumi: “l’abominio d’Egitto”. Perciò insieme alla nostra liberazione fisica festeggiamo la nostra redenzione spirituale. Infatti, l’una non può esistere senza l’altra. Non ci può essere vera libertà, se non accettando come guida nella nostra vita di ogni giorno i precetti della Torà; la vera libertà potrà essere raggiunta soltanto conducendo una vita devota e pura.
È stato detto: In ogni generazione ciascun ebreo dovrebbe vedere se stesso come se fosse stato liberato personalmente dall’Egitto (Haggadà di Pesach, Tanya, 47).
Ciò significa che il messaggio di Pesach è sempre attuale per l’ebreo.
La storia di Pesach dimostra che la Provvidenza Divina da sola determina il destino del nostro popolo. Non è detto che gli avvenimenti del mondo esteriore debbano sempre coinvolgerci; possiamo essere chiamati a soffrire, D-o ci guardi, in mezzo al benessere generale. La storia della nostra schiavitù e della nostra liberazione, ricordataci da Pesach, lo dimostra. È infatti l’attaccamento che il nostro popolo dimostra verso D-o e al sua Torà, che decide il nostro destino.
Dobbiamo ricordare un’altra cosa molto importante. La celebrazione della festa della libertà è legata al precetto: Tu, poi, spiegherai a tuo figlio (Shemot 13, 8).
Il formarsi e il sopravvivere di una famiglia ebraica, come pure del popolo ebraico in generale, dipende dall’educazione data alle nuove generazioni, tanto ai ragazzi, quanto alle ragazze; tanto al saggio, quanto a chi sia temporaneamente malvagio; tanto al semplice, quanto a quello che non sa domandare. Allo stesso modo in cui non possiamo liberarci della dalla responsabilità verso nostro figlio dicendo: “mio figlio è saggio, troverà la sua strada nella vita, perciò non ha bisogno di essere educato”, così non dobbiamo pensare, nella nostra disperazione: “il ragazzo è malvagio; nessuna educazione potrà porvi rimedio”. Tutti i bambini, maschi e femmine, sono figli di D-o ed è nostro sacro dovere fare di tutto perché possano vivere come tali; questo lo si potrà raggiungere soltanto tramite un’educazione ebraica kasher, che si uniformi in tutto alla Torà dataci da D-o. Solo allora meriteremo che le nostre ardenti speranze vengano realizzate:
“L’anno prossimo, liberi; l’anno prossimo a Gerusalemme!” (Haggadà di Pessach).
(Da una lettera del Rebbe di Lubavitch, pubblicata in: La Storia Completa di Pessach, p.77; tradotta in Il Pensiero della Settimana, a cura del rabbino Shmuel Rodal)
Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).