Categoria: Mini Derashà

  • Yom Kippur

    Yom Kippur è il giorno dove la Teshuvà, il ritorno verso D.o, raggiunge i massimi livelli.

    Obiettivo? Riconoscere di non essere stati proprio bravissimi, che avremmo potuto fare di meglio

    per il prossimo e per il nostro Creatore, che si, insomma, magari volevamo farlo ma il lavoro, gli impegni, i problemi… lo riconosciamo, saremmo dovuti essere più forti e superare quelli che erano i “soliti” impedimenti dai quali, ognuno nella propria vita, non riesce a separarsi , lo riconosciamo e chiediamo al Creatore a gran voce il Suo Perdono dicendoGli che quest’anno noi ci metteremo più impegno, per questo Avinu Malkenu regna ancora su di noi, perdonaci, noi torniamo a Te, facciamo Teshuvà, dacci un buon anno così avremo ancora la possibilità di provare a fare meglio. La “ricetta” della Teshuvà, è piuttosto semplice, la parola “Teshuvà“ in ebraico si scrive con 5 lettere che i nostri Maestri spiegano:

    (T)et, Taamim Tihiè. Sincerità. E’ il primo passo. Se dici al Creatore che sei dispiaciuto pensando però che tutto sommato non hai fatto niente davvero di così male tanto da chiedere il perdono, tutto finisce qui.

    (S)hin, Shivit, shiviti Hash.m. Il secondo: fissare subito bene il traguardo che si vuole raggiungere: sei Tu, Hahs.m, e a Te dove voglio arrivare, e con Te che voglio stare, vicino vicino, tutto questo nuovo anno.

    (V)av, Veaavta Reechà Kamokà, l’amore per gli altri, essere sempre vigili a ascoltare, percepire i problemi degli altri per vedere se, in qualche modo, si può dare una mano, aiutare gli altri, talvolta basta solo un sorriso o un abbraccio.

    (V)et, Ve Kol Derachechà: così in tutte le tue vie, in ogni occasione, in ogni situazione, al bar, in strada, in ufficio, con gli amici, in sinagoga, KOL, così sempre.

    (H)ei, Haznà Lachem, privacy, la riservatezza, fai tutto con discrezione, è tutto tra te e D.o, Lui non ha bisogno che strombazzi ai quattro venti quanto sei stato generoso con quel poveraccio, Lui ha visto e Lo sa bene, è una cosa tra te e Hash.m  e nessun’altro.

    Proponendoci una sincera Teshuvà basata su queste semplici 5 indicazioni, ci assicureremo da D.o un nuovo anno pieno di prosperità felicità, abbondanza, buona salute e tutto il grande Bene che Iddio Onnipotente, ogni anno, non manca mai di farci avere con Mano Larga e Santa, amen ken yey ratzon.

    Hatimà tovà!

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 20 novembre 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Bontà con intelligenza.

    Bontà con intelligenza. E’ il primo matrimonio ebraico, Eliezer il servo di Avraham Avinu viene incaricato di andare a cercare moglie per suo figlio Itzhak, vista l’enormità della missione affidatagli, Eliezer chiede aiuto a D.o, “se la ragazza che mi farai incontrare offrirà da bere a me e ai miei cammelli saprò che è quella giusta”.

    Eliezer incontra Rivkà che gli offre da bere, gli lascia tutto il tempo per dissetarsi e solo dopo gli offre di abbeverare anche i suoi cammelli, la tempistica non è quella prevista, l’acqua doveva essere offerta e Eliezer e alle sue bestie nello stesso momento.

    Una storiella chassidica ci aiuterà a vedere quanto invece è tutto vero e tutto giusto, come ogni cosa nella Torà.

    Nell’imminenza di Pesach un povero uomo si è recato dal suo Rabbi chiedendogli: “Rav, posso usare il latte al posto del vino per fare la mitvzvà dei 4 kosot? (i 4 bicchieri di vino che si bevono la sera del seder). Il Rav gli rispose “è una bella domanda.. vedi quei 3 libri laggiù, li potremmo trovare la risposta, ma sono dietro tutti gli altri, dovremmo tirare fuori tutto e il tempo per i preparativi di Pesach è sempre di meno…. facciamo così, che non lo sappia nessuno, ti do io i soldi per comprare il vino, e poi cercheremo con comodo la risposta dopo Pesach”. Dopo un po’ il Rav va in camera sua, prende 1.000 Euro e li mette in una busta chiusa sotto lo sguardo prima incuriosito, poi stupefatto, della moglie. “Ma come?”, esclama la moglie sottovoce “1.000 euro per un po’ di vino, quell’uomo certamente non è abituato a pasteggiare con vini così costosi!”;

    “Hai ragione moglie mia”, rispose il Rav, “ma se quell’uomo pensava di usare il latte per i 4 kosot significa che non aveva neanche carne da mangiare, perché gli ultimi 2 kosot si bevono dopo cena, e non si può il latte dopo la carne; quindi se non c’è la carne non ci sarà forse neanche la matzà ne il pasto festivo, è una famiglia numerosa, forse neanche hanno bei vestiti per il hag, ecco che i 1.000 saranno appena sufficienti”.

    Rivkà ha aspettato che Eliezer si fosse ristorato prima di iniziare ad abbeverare i suoi cammelli, lavoro che inevitabilmente lo avrebbe distratto dal suo riposo, il Rav ha aiutato quel povero senza metterlo in imbarazzo e volendolo veramente aiutare, sono bontà intelligenti, fare il bene usando l’intelligenza, se la tua mente ti dice come fare il bene, che ne serve di più, ascoltare la mente nel fare il bene è farlo con intelligenza.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 20 novembre 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Le più belle benedizioni

    Bil’am si appresta ad andare con i ministri di Balak per tentare di maledire Israele, lui ha già detto loro che non potrà dire niente altro di quello che Hashem gli metterà in bocca, quindi sella personalmente la sua asina pur disponendo di servitori, “hai visto Hashem, per fare la Tua volontà mi occupo personalmente anche dei lavori servili”, “Rashà che non sei altro!, risponde Hashem, arrivi tardi! Prima di te, e con intenzioni veramente benevole, lo ha già fatto Avraham Avinu!”

    Hashem difende orgogliosamente il Suo popolo, sempre, da tutto e da tutti, lo ama appassionatamente, nessuna argomentazione contro un ebreo è recepita da Hashem, le critiche ai Suoi Figli primogeniti non le ascolta neanche, Bil’ham si sforza di trovare uno spiraglio, qualche appiglio su cui appoggiarsi senza successo finendo invece per benedire Israel con le più belle benedizioni in assoluto;

    poi la brutta idea (il Male le pensa davvero tutte), Bil’am dice io non posso farci niente, ma tu (Balak) organizza un mercato con venditrici giovani, carine e poco vestite, quando gli ebrei andranno al mercato, le fanciulle li attireranno nel privè e prima di consumare una unione proibita, chiederanno loro di adorare il Baal Peor (idolo Moavita), idolatria e immoralità, bingo, le due cose che Hashem non riesce proprio a sopportare in Israel, un ebreo, un servitore di Hashem, idolatra e immorale è un controsenso, è innaturale, non può esistere, morirono così in 24.000.

    Il Male si presenta spesso con un aspetto gradevole, simpatico, accattivante, così ti tira dentro, riconoscerlo però è molto semplice, se ti offre qualcosa contrario alla Torà, non ci cascare, non potrà giovarti in alcun modo.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 29 giugno 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Il bastone e la dolcezza

    Myriam, arrivata alla fine dei suoi giorni, è mancata. E con lei se n’è andata anche la roccia che da cui sgorgava acqua che dissetava miracolosamente il popolo ebraico e i suoi animali accompagnandoli nel deserto.

    Ma ora Myriam non c’è più, niente più roccia, niente più acqua, e la prospettiva di stare in un deserto senza acqua semina il panico tra il popolo, come se bere sinora dalla roccia di Miryam fosse stato un fatto del tutto naturale.

    Moshè, pensando che la fiducia degli ebrei  nella Provvidenza Divina si era un po’ “annacquata”.. (a proposito di acqua…) chiede a D.o cosa deve fare. “Tre cose devi fare”, gli risponde Hash.m, *“prendi il bastone, raduna la comunità, i testimoni**del Patto (Edà), parla alla roccia, e da questa sgorgherà l’acqua”*. Di queste tre cose, però, Moshe Rabbenu ne fa una sola: prende il bastone. Poi raduna i vari gruppi di persone (la Torà precisa che ha radunato il Kahal, non la Edà), quindi picchia la roccia invece di parlarle, l’acqua esce, ma questo comportamento costerà caro a Moshè che non entrerà in Israele.  Le conseguenze appaiono sproporzionate, Moshè Rabbenu, colui che ha guidato con non poca fatica e sacrifici, il popolo  ebraico verso la Torà,  che aveva già battuto una roccia a Chorev per avere l’acqua secondo le stesse indicazioni Divine, viene punito così severamente? E poi, se D.o mi ha detto di prendere il bastone, vuol dire che posso usarlo, altrimenti a cosa serve portarmelo appresso?

    Questo episodio prova, una volta di più, l’immenso, irrazionale, infinito Amore di Ha-Kadosh-Baruch-Hu verso il Suo Popolo, quel popolo che nascendo con l’uscita dall’Egitto, da una schiavitù opprimente, non poteva crescere se non con il bastone, con la forza, con precisi ordini, con il ferreo comando. Ma ora che erano diventati i testimoni del Patto, una vera comunità (Edà) e non più un insieme di tanti gruppi (Kahal) che condividono opinioni e/o interessi, ora il bastone indica solo chi è la guida, ma non va più usato. Questi sono i figli di coloro che sono usciti dall’Egitto, una nuova generazione che non ha conosciuto la schiavitù dei loro genitori, sono quelli che sono a un passo dall’entrare in Eretz Israel per continuare a testimoniare che c’è un Padrone del Mondo, con loro devi parlare, non serve più la forza, con la dolcezza di poche parole l’acqua sarebbe certamente sgorgata copiosa, anche dalla più dura delle rocce.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 giugno 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Korach e le convinzioni personali

    Korach non era uno qualunque, era un uomo che aveva Ruach HaKodesh, ispirazione divina, da lui discenderà nientemeno che il profeta Shmuel Hanavì… quando era andato da Moshè a manifestare le sue ragioni, era sincero, convinto, assolutamente convinto di quello che pensava e diceva, non c’era nulla di falso nel suo pensiero, tanto che alla fine ha convinto altre 250 persone, duecentocinquanta, mica una o due, e tutti personaggi di alto spicco. Ma Hashem ha dimostrato che le sue convinzioni, pur sincere, erano completamente sbagliate.

    1mo insegnamento (fondamentale): mai basarsi in senso esclusivo sulle proprie convinzioni, lasciare sempre dello spazio per l’altro, per l’altra opinione, anche se si è fermamente convinti di una cosa, non è detto che sia quella giusta.

    La terra si aprì e vennero inghiottiti vivi tutti, Korach, i suoi figli, le loro famiglie, i 250 con le loro famiglie, tutti, uomini ma anche donne e bambini, pure i neonati.

    2ndo insegnamento (fondamentale): Haavat Israel prima di tutto, chiunque o qualunque cosa crea discordia tra il popolo ebraico è sempre una cosa gravissima, un male grandissimo, che finisce malissimo. Dopo 120 anni, SDV tutti finiamo sottoterra, tutti avranno SDV la Khevurà (sepoltura) nel Beth HaHaim (cimitero, letteralmente “casa dei viventi”); per la “sepoltura” di Korach invece la Torà parla di “Sheola” che viene da “Lishol“ (imprestare);

    3zo insegnamento (fondamentale): anima e corpo sono in prestito e vanno tenuti e usati bene e restituiti in buone condizioni, come per qualunque bene ricevuto in prestito, se usi bene corpo e anima, quando li dovrai restituire non ti verrà “ricordato” che ti sono stati prestati.

    Tre insegnamenti della Torà fondamentali, tutti e tre, non è un copia incolla.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 giugno 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • L’Alià: una salita

    La Torà non parla mai male, di niente e di nessuno, il linguaggio è sempre attento perché così deve essere anche quello dell’uomo, poche parole, solo quelle necessarie, massima attenzione a non parlare mai degli altri, ne in male ma neanche in bene, talvolta una parola di troppo può portare a conseguenze del tutto imprevedibili. La Torà distingue gli animali che salirono sull’arca di Noè come “puri” e “non puri”, non viene usato il termine “impuro”, più conciso ma apparentemente dispregiativo, perché non è certo una colpa per gli animali se non sono puri, questa è stata la Volontà del loro Creatore. Non così con gli esploratori. L’uscita dall’Egitto, una lunga storia di miracoli e di Presenza manifesta del Santo-Benedetto-Egli-Sia, siamo all’epilogo, siamo alla concretizzazione finale di tutto questo incredibile percorso, abbiamo la Torà, ora Hash.m ci farà risiedere in Terra Santa, nell’unica terra dove può essere eretto il Beth Hamikdash, l’unico luogo dove risiederà la Sua Santa Shekhinà illuminando tutti i popoli e tutto il mondo.

    Siamo ad un passo. Eppure non va come era ovvio che andasse, gli esploratori tornano portando notizie disastrose, la terra è abitata da giganti potentissimi, frutti giganteschi, mura fortificate, praticamente inespugnabile. E quello che sorprende ancor di più è che il popolo da loro credito e si spaventa, come se finora avessero fatto tutto loro, il popolo, da soli, come se non fosse stato unicamente grazie alla Grande e Forte Mano di HaKadosh-Baruch-Hu che sono arrivati sin lì.

    Andare in Eretz Israel significa fare l’Alià, una salita. Da una situazione peggiore, più bassa, si passa a una migliore, più elevata. Arrivati alle porte di Israele il popolo ebraico era a un livello elevatissimo, D.o si occupava di tutte le loro necessità materiali, la manna, cibo da Cielo senza residui, acqua dal pozzo di Miryam, vestiti sempre puliti e impeccabili (mai una toppa o un colletto sporco…), nessuna malattia, la loro unica attività era studiare Torà, sempre, tutto il giorno, lodare il Creatore per questa Unione perfetta, ideale, tra Santo e il Suo Popolo.

    Gli ebrei erano come angeli in Cielo, che non mangiano, non dormono e a loro unica occupazione e lodare D.o e eseguire i Suoi Comandamenti. Ma gli uomini non sono angeli del Cielo, non possono essere una copia degli angeli, gli uomini sono uomini e così devono servire il Creatore, da uomini.

    Entrare in Israele era perdere questo status provvisorio di “angeli”, ora la terra andava coltivata, bisognava alzare il naso al Cielo pregando per la pioggia, la giornata sotto il sole cocente a coltivare o mietere, e alla sera, distrutti dalla fatica, restava poco per studiare Torà o fare una tefillà come si deve.

    Questa non è una “alià”! questa è una “discesa”! (hashveshalom). Non fa per noi, meglio restare dove siamo. Non un dubbio quindi sulle possibilità di espugnare la Terra Promessa, quello era pacifico, se Hash.m ha detto che quella è la nostra Terra, quella è, è Lui il Padrone del Mondo, è Lui che decide a chi dare quello che Vuole dare, il vero timore era quello di non reggere alla sfida di restare un popolo distinto tra tutti gli altri popoli del mondo, la paura che la vita materiale avrebbe finito per travolgerli lasciando in secondo piano lo studio e la spiritualità.

    Guardando alle difficoltà che ci sono oggi, si potrebbe dire che i loro timori non erano del tutto infondati. Ma la vocazione del popolo ebraico non è quella di non fare niente in questo mondo pensando solo alla spiritualità ma giusto il contrario, fare, tanto, cercando di fare bene, e così continuare ad elevarsi spiritualmente, crescendo ogni giorno, nelle difficoltà quotidiane della vita. Ma è un compito impossibile!

    Se dopo tanti millenni il popolo ebraico, lui solo, è ancora qui, non solo è possibile, ma è  la prova che è esattamente questo che il Padrone dell’Universo vuole dal Suo Popolo. Hashem, siamo pronti! davvero, non aspettare più!

    Riportaci tutti prestissimo in Erez Israel con Maschiach e il Beth Hamikdash ricostruito, e noi ci andremo “beRinà”, cantando, amen.

    Che gli insegnamenti della Torà siano sempre nella nostra mente e davanti ai nostri occhi.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 giugno 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • L’accensione della Menorà

    E Aharon fece come D.o ha comandato a Moshè…  C’era bisogno di dirlo? Aharon, il Sommo Sacerdote, l’uomo la cui vita era interamente consacrata al servizio Divino poteva anche solo pensare di fare altro? Il compito di Aharon in questione è l’accensione della Menorà, il candelabro ottenuto da un unico blocco d’oro battuto (mikshà) per insegnare che chi illumina, indirizza, insegna deve sentirsi costantemente “battuto” in modo da aumentare ogni giorno di più la propria umiltà, requisito questo assolutamente indispensabile per qualunque servizio Divino o sincero e vero rapporto con gli uomini, e più si è in alto, e più si deve essere umili, l’esatto opposto di quanto avviene negli altri popoli.

    Il Re di Israele, per essere re, deve essere Naghid, umile, prima di lui passava anche l’ultimo dei miserabili, il Re di Israele è l’unto del Signore e quindi non può, di fatto, sentirsi potente perché sa bene che la sua “potenza” è solo quella di D.o, null’altro.

    Ma torniamo al nostro Aharon. Di lui si sa che fosse Oev Shalom, amante della pace, che cercasse sempre di mettere pace tra gli ebrei, un uomo umile e buono da cui era più che lecito aspettarsi una immediata obbedienza al comando Divino. La trepidazione, l’entusiasmo, la gioia con cui Aharon accendeva ogni giorno la Menorà però erano gli stessi del primo giorno, facendo sempre la stessa cosa, ogni giorno ritrovava le stesse emozioni, la stessa freschezza di una gioia nuova, dopo 39 anni di servizio ancora non vedeva l’ora di accendere la Menorà, questo è vero servizio Divino, così si dovrebbe vivere.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 giugno 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Tutto torna

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    | Come è noto, nel periodo che va da Pesach a Shavuot, oltre al conteggio dell’Omer, mitvzà prescritta dalla Torà, si usa studiare il Trattato “Sotà” che è fatto da 49 pagine proprio come i giorni dell’Omer, una pagina al giorno. Avere le stesse pagine di un conteggio però non è certo una motivazione sufficiente per preferire questo trattato di Ghemarà ad altri, per di più sapendo che “Sotà” tratta i problemi legati ai coniugi e alla presunta infedeltà coniugale della moglie, argomenti certamente poco simpatici che potrebbero addirittura disturbare questa progressiva preparazione alla gioia di Matan Torà che viviamo con il conteggio dell’Omer. Se un ebreo aveva sbagliato poteva rimediare portando un korban al Beth Hamikdash e il Coen, a seconda del tipo di korban, lo poteva consumare interamente insieme ai suoi famigliari. Ma l’animo dell’offerente non sempre era sereno, d’accordo, loro sono Cohanim, consacrati al servizio del Signore, è vero che con il loro servizio risolvo il mio problema, però alla fine anch’io, pur non essendo un Coen, servo devotamente il Signore e osservo di tutti i suoi comandamenti, però a me e alla mia famiglia nessuno ci porta ogni giorno pranzo e cena.. Avarizia e ingratitudine. Sono due meschini sentimenti umani spesso presenti a braccetto, quando c’è l’uno, è facile che ci sia anche l’altro. Dare con riserva, dare senza dare con tutto se stesso, dare con ingratitudine perché stai mettendo in dubbio che il Coen a cui stai dando non sta facendo tutto se non esclusivamente per il tuo interesse e per nient’altro, certo non per mangiarsi l’ennesima cotoletta. L’avaro e l’ingrato non vede quello che gli altri fanno per lui, gli altri lo farebbero comunque a chiunque, pensiero meschino e miserabile se rivolto a un Sacerdote che per tutta la sua vita altro non fa che preoccuparsi degli altri avvicinandoli al Signore e nient’altro, pensiero meschino e miserabile se rivolto alla tua devota mogliettina che giorno dopo giorno si occupa della casa, dei figli, del pranzo, della cena senza sentirsi dire mai un “brava”, tanto tutto è dovuto, è il lavoro della moglie, mai un complimento per il buon profumo di pulito che aleggia in casa frutto di tanta fatica, mai un apprezzamento per quella sua eterna bellezza, che non sfiorisce con il passare degli anni perché è quella di tua moglie. . il Coen continuerà a fare il Sacerdote, ma tua moglie potrebbe cominciare a diventare più sensibile ai complimenti degli altri.. E allora, caro tirchio e ingrato, dopo un po’ inizierai ad avere dubbi, forse mia moglie ha fatto delle nuove conoscenze a mia insaputa, e allora dovrai ricorrere al Coen, si proprio quello a cui ti dava fastidio che si mangiasse “a sbafo” la tua offerta, solo lui potrà aiutarti, proprio applicando le leggi del Trattato di Sotà. Come sempre, nella Torà, tutto torna. |

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 25 maggio 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • “Per sei anni potrai seminare e lavorare la tua terra”

    “Il Signore parlò a Mosè sul Monte Sinai dicendo… …(Vaykrà 25, 1)”. Sono le leggi della Shemittà, l’Anno Sabbatico della Terra, per sei anni potrai seminare e lavorare la tua terra e raccoglierne i frutti con i quali il Signore ti avrà benedetto, ma al settimo anno ci sarà completa cessazione del lavoro, non seminerai, ne poterai, ne raccoglierai i frutti, un Sabato consacrato al   Signore, sarà un anno di riposo per la terra.

    Dunque, le cose stanno così.

    L’agricoltore che per sei anni lavora la sua terra e vive con quello che produce, al settimo anno abbandona tutto, per un lungo anno incrocerà le braccia e la sua principale attività saranno Hash.m e lo studio della Torà.

    Gli scienziati, naturalmente, hanno valide spiegazioni scientifiche sulla Shemittà: dopo 6 anni di sfruttamento, la terra si è impoverita, lasciandola riposare per un intero anno, le si da il tempo di rigenerarsi. Bene, agronomia e Torà sono d’accordo.

    Ma l’agricoltore? “Che cosa mangeremo nel settimo anno, una volta che non semineremo ne raccoglieremo..? (Vaykrà, 25, 20)… non preoccupatevi, perché IO decreterò la Mia Benedizione avostro favore nel sesto anno ed essa produrrà un raccolto sufficiente per tre anni (Vaykrà 25, 23)”.

    Scienza e la Torà non sono più d’accordo. Il sesto anno, proprio l’anno dove la terrà è già statasfruttata così tanto da richiedere il riposo di un anno per rigenerarsi, proprio in questo sesto anno in cui è sfinita, la terra produce un raccolto così abbondante da durare per altri tre anni?!

    La spiegazione è semplice, “Perché Mia è la terra… (Vaykrà  25,23). L’agricoltore non entra nelle ragioni della scienza, sa che è il Creatore, il Padrone del Mondo e di tutta la Terra che ti dice cosa devi fare con la Sua terra, quindi non c’è da meravigliarsi se la terra “stanca e sfinita” del sesto anno produrrà tre volte tanto,  la scienza, una volta di più, dovrà portare pazienza.  Per l’agricoltore è una dimostrazione di Bitachon,  di fiducia in Colui che si è sempre preso cura di lui,  dando da mangiare a lui e alla sua famiglia. La Torà è molto precisa e ricca di dettagli su come  si debba osservare questa importantissima mitzvà,  cosa che invece non fa anche con le altre;  per esempio tefillin e Shabbat (come devono essere costruiti gli uni e come va precisamente osservato il secondo). “Il Signore parlò a Mosè sul Monte Sinai dicendo… (Vaykrà 25, 1)”.

    Sappiamo benissimo che TUTTA la Torà e TUTTE le mitzvoth ci sono state donate dall’Eterno sul Monte Sinai, ma questa mitzvà, in vari modi, le contiene tutte. Lo Shabbat è interamente consacrato al Signore, i tefillin si indossano ma poi via a lavorare, la Shemittà è entrambe le cose, è il Sacro nella vita quotidiana. Il preciso dettaglio di questa mitzvà, con la precisazione che è stata data sul Monte Sinai,  è il ribadire che anche tutte le altre mitzvoth trovano dettaglio nella Torà, in quella Unica Torà, donataci da D.o quell’unica volta, sul Monte Sinai.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 14 maggio 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Shabbat HaGadol

    La mini derashà di Rav. Rodal
    dedicata alla memoria del fratello Menachem Aaron HaCohen ben Yosef Z”L.

    Quando comanda una mitzvà al Suo popolo D.o usa l’espressione Vaydabber, parla, quando però si tratta dei sacrifici quotidiani (Tamid) Hash.m usa proprio il termine Tzav, comanda ai figli di Israele; certamente i sacrifici hanno una grandissima importanza, ma tutte le mitzvoth sono importanti,  non esistono mitzvoth più o meno importanti.

    Come ne avevamo già parlato nella scorsa derashà, il Qorban, malamente tradotto come sacrificio, è lo strumento principe di Unione tra gli ebrei e D.o, e l’Unione quotidiana tra D.o e il Suo Popolo è così importante, così fondamentale da essere comandata in un modo così perentorio proprio perchè il Qorban Tamid, l’avvicinamento quotidiano, quello intenso ma di tutti i giorni, è irrinunciabile per D.o.

    Molti pensano che lo Shabbat HaGadol si chiama così (Gadol, grande) perché è lo Shabbat che precede Pesach. Ma visto che Shabbat è femminile avrebbe dovuto chiamarsi HaGhedollà.

    Il HaGadol è quindi riferito a un miracolo, ma questo non ci aiuta, non esistono miracoli piccoli e miracoli grandi, esistono miracoli e basta. Il miracolo, come è noto, è il sovvertimento delle leggi naturali come per esempio il passaggio del Mar Rosso con il mare che diventa solido.

    Quando i primogeniti egiziani chiesero agli ebrei perché tenevano una pecora in casa (si può ben immaginare il poco spazio libero che avevano, chi con tanti bambini, chi vivendo in un angusto monolocale) la risposta li allarmò non poco.

    Se il Faraone non accetterà di far uscire gli ebrei, tutti i primogeniti moriranno. Si può ben capire lo spavento dei primogeniti egiziani che avevano già visto con i loro occhi tutto quello che Hash.m aveva già fatto all’Egitto, sapendo bene che tutto quello che D.o dice poi lo fa. Vanno quindi in massa contro il Faraone per costringerlo a liberare gli ebrei. Questo è un miracolo grande, HaGadol.

    Non c’è sovvertimento delle leggi naturali, c’è di più! Quelli che erano la principale forza dell’Egitto, i primogeniti, i più agguerriti e più forti nemici di Israele, stavano ora combattendo per la causa ebraica!

    Sia la Volontà dell’Eterno di farci rivivere questo miracolo facendocelo vedere con i nostri occhi, yei ratzon venomar omein.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 25 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).