Categoria: Festività

  • Yom Kippur

    Yom Kippur è il giorno dove la Teshuvà, il ritorno verso D.o, raggiunge i massimi livelli.

    Obiettivo? Riconoscere di non essere stati proprio bravissimi, che avremmo potuto fare di meglio

    per il prossimo e per il nostro Creatore, che si, insomma, magari volevamo farlo ma il lavoro, gli impegni, i problemi… lo riconosciamo, saremmo dovuti essere più forti e superare quelli che erano i “soliti” impedimenti dai quali, ognuno nella propria vita, non riesce a separarsi , lo riconosciamo e chiediamo al Creatore a gran voce il Suo Perdono dicendoGli che quest’anno noi ci metteremo più impegno, per questo Avinu Malkenu regna ancora su di noi, perdonaci, noi torniamo a Te, facciamo Teshuvà, dacci un buon anno così avremo ancora la possibilità di provare a fare meglio. La “ricetta” della Teshuvà, è piuttosto semplice, la parola “Teshuvà“ in ebraico si scrive con 5 lettere che i nostri Maestri spiegano:

    (T)et, Taamim Tihiè. Sincerità. E’ il primo passo. Se dici al Creatore che sei dispiaciuto pensando però che tutto sommato non hai fatto niente davvero di così male tanto da chiedere il perdono, tutto finisce qui.

    (S)hin, Shivit, shiviti Hash.m. Il secondo: fissare subito bene il traguardo che si vuole raggiungere: sei Tu, Hahs.m, e a Te dove voglio arrivare, e con Te che voglio stare, vicino vicino, tutto questo nuovo anno.

    (V)av, Veaavta Reechà Kamokà, l’amore per gli altri, essere sempre vigili a ascoltare, percepire i problemi degli altri per vedere se, in qualche modo, si può dare una mano, aiutare gli altri, talvolta basta solo un sorriso o un abbraccio.

    (V)et, Ve Kol Derachechà: così in tutte le tue vie, in ogni occasione, in ogni situazione, al bar, in strada, in ufficio, con gli amici, in sinagoga, KOL, così sempre.

    (H)ei, Haznà Lachem, privacy, la riservatezza, fai tutto con discrezione, è tutto tra te e D.o, Lui non ha bisogno che strombazzi ai quattro venti quanto sei stato generoso con quel poveraccio, Lui ha visto e Lo sa bene, è una cosa tra te e Hash.m  e nessun’altro.

    Proponendoci una sincera Teshuvà basata su queste semplici 5 indicazioni, ci assicureremo da D.o un nuovo anno pieno di prosperità felicità, abbondanza, buona salute e tutto il grande Bene che Iddio Onnipotente, ogni anno, non manca mai di farci avere con Mano Larga e Santa, amen ken yey ratzon.

    Hatimà tovà!

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 20 novembre 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Small things are very important.

    Freedom from Egypt, which is the basis of the festivity of Pesach, is linked to the korban Pesach, the lamb offering. The lamb was sacrificed, and then eaten, in every family, as written in the Torah verse of the Parashat Hachodesh.
    The exodus from Egypt was not only the liberation of a grat number of individuals, but the liberation of a people. It began with the divine declaration: “I saw the suffering of my people” (Exodus 3, 7) which was followed by the request: “Let my people leave” (Exodus 5,1) and the command given to Moshe: “Let my people go out, the sons of Israel out of Egypt” (Exodus 3,10).
    Consequently, the Korban Pesach should stress the national theme, the idea of collectivity and community, but it wasn’t so.
    It is true that the whole congregation of Israel received the order to offer, together, the sacrifice, but the instructions said that every house should have its own lamb; every jew was individually chosen and counted so that he could participate in the consumption of Korban Pesach and every person should stay in his house, or company, while the Pesach sacrifice was consumed (Exodus 13:3, 12,47).

    The Korban Pesach teaches us that even a community project must begin with the individual, the family and the environment that surrounds it. Furthermore, it is not the general things and the big resolutions that should attract our attention, but the small duties of everyday life. Only in this way, the liberation of the individual and the liberation of the community, will be achieved.

    Translation from: https://ravrodal.com/le-cose-piccole-sono-importanti/

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 30 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Le Cose Piccole Sono Importanti

    La liberazione dall’Egitto, che è alla base della festività di Pesach, è legata al korban Pesach, l’offerta dell’agnello pasquale. L’agnello fu sacrificato, e poi mangiato, in ogni famiglia, come racconta il brano della Torà della parashat Hachodesh.

    L’esodo dall’Egitto non fu solo la liberazione di numerosi individui, ma la liberazione di un popolo. Ebbe inizio con la dichiarazione divina: ho visto le sofferenze del mio popolo(Esodo 3, 7) cui fece seguito la richiesta: lascia partire il mio popolo(Esodo 5, 1) e il comando impartito a Moshe: Fa uscire il mio popolo, i figli di Israele dall’Egitto (Esodo 3, 10). Di conseguenza il Korban Pesach dovrebbe porre in rilievo il tema nazionale, l’idea della collettività e della Comunità, ma non è così. È vero che tutta la congregazione di Israel aveva ricevuto l’ordine di offrire, insieme, il sacrificio, ma le istruzioni dicevano che ogni casa doveva avere il suo agnello; ogni ebreo veniva scelto individualmente e contato affinché potesse partecipare al consumo del Korban Pesach ed ogni persona doveva stare nella sua casa, o compagnia, mentre veniva consumato il sacrificio pasquale (Esodo 13, 3; 12, 47).

    Il Korban Pesach ci insegna che perfino un progetto comunitario deve cominciare con l’individuo, la famiglia e l’ambiente che lo circonda. Inoltre non sono le cose generali e le risoluzioni di grande portata che dovrebbero attirare la nostra attenzione, ma i piccoli doveri della vita quotidiana. Soltanto così si raggiungerà l’affrancamento dell’individuo e della Comunità.

    (Da una lettera del Rebbe di Lubavitch, dell’11 nissan 5724; tradotta in Il Pensiero della Settimana, a cura del rabbino Shmuel Rodal).

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • L’Idolatria Ieri e Oggi

    La parashà di questa settimana, Bo, narra come gli ebrei ricevettero l’ordine di sacrificare un agnello prima dell’uscita dall’Egitto.

    Sul modo in cui si sono sviluppate la cultura e la civiltà degli egizi, le forze della natura e i fenomeni naturali, specialmente per quanto concerne le ben note inondazioni del Nilo, ebbero un’influenza determinante.

    In Egitto non piove quasi mai, ma l’ingegno umano aveva creato un elaborato sistema di irrigazione che aveva fatto di questo paese un fiorente giardino, circondato dal deserto.

    Da queste circostanze nacque una cultura perversa di idolatria che era caratterizzata principalmente da due elementi: la deificazione delle forze della natura e quella della capacità umana di organizzarle.

    Le manifestazioni del culto e della superstizione raggiungevano in Egitto il loro apice proprio nel momento del risveglio annuale della natura, nel mese in cui ha inizio la primavera. Questo mese stava sotto il segno zodiacale dell’ariete, e l’ariete era proprio uno dei principali simboli sacri del culto egizio.

    Dopo 210 anni di asservimento al faraone, gli ebrei ebbero da Mosè l’annuncio che D-o li avrebbe liberati – ad una condizione: «Ritiratevi e prendetevi un agnello e offritelo in sacrificio pasquale».

    Molti ebrei si erano assimilati e avevano assorbito senza riserve la cultura e le credenze egizie. Il precetto ritiratevi, significa che era necessario ritrarsi dall’idolatria del paese e negarla radicalmente, sacrificando a D-o il sacro agnello egizio. Non basta negare l’idolatria nel fondo del proprio cuore, non basta nemmeno farlo celatamente, restando tranquillamente nell’intimità della propria casa. Bisogna farlo apertamente, senza paura, proprio come avvenne in occasione del sacrificio pasquale in Egitto. Mosè assicurò al popolo, a nome di D-o, che solo in tal caso sarebbe avvenuta la liberazione: e precisamente non quando le forze della natura sono assopite e nascoste, bensì proprio nel mese della primavera, quando la natura sprigiona le sue energie più vitali.

    Come nell’antico Egitto, molti individui oggi si inchinano alla supremazia dell’uomo e alle sue sorprendenti conquiste. Non c’è posto, nella vita di costoro, per il Signore in quest’era della scienza.

    La pasqua ebraica ci riconduce all’antico ammonimento, è necessario ritirarsi e respingere l’idolatria del paese in cui viviamo – comunque si manifesti. È necessario riconoscere che D-o domina l’universo, anche attraverso la cortina di fumo che la scienza, con le sue meravigliose scoperte, stende tra Lui e noi.

    (Saggio basato su una lettera del Rebbe di Lubavitch. Pubblicato in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal).

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • La Vera Libertà

    Questo Shabbat è Sabbat Hagadòl, il Grande Sabato, che ci annuncia la prossimità della festa di Pesach.

    Quando tale festa si avvicina, è nostro compito dedicare ogni cura perché la nostra casa sia pronta a celebrare la grande e solenne festività.

    In questo periodo non dovremmo occuparci soltanto dei preparativi pratici, ma è necessaria pure una preparazione spirituale, poiché nella vita ebraica le cose materiali e spirituali sono strettamente unite, specialmente nella celebrazione dello Shabbàt e delle Feste.

    Per Pesach celebriamo la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e, al tempo stesso, dall’antico sistema di vita egizio, ed il rifiuto dei suoi costumi: “l’abominio d’Egitto”. Perciò insieme alla nostra liberazione fisica festeggiamo la nostra redenzione spirituale. Infatti, l’una non può esistere senza l’altra. Non ci può essere vera libertà, se non accettando come guida nella nostra vita di ogni giorno i precetti della Torà; la vera libertà potrà essere raggiunta soltanto conducendo una vita devota e pura.

    È stato detto: In ogni generazione ciascun ebreo dovrebbe vedere se stesso come se fosse stato liberato personalmente dall’Egitto (Haggadà di Pesach, Tanya, 47).

    Ciò significa che il messaggio di Pesach è sempre attuale per l’ebreo.

    La storia di Pesach dimostra che la Provvidenza Divina da sola determina il destino del nostro popolo. Non è detto che gli avvenimenti del mondo esteriore debbano sempre coinvolgerci; possiamo essere chiamati a soffrire, D-o ci guardi, in mezzo al benessere generale. La storia della nostra schiavitù e della nostra liberazione, ricordataci da Pesach, lo dimostra. È infatti l’attaccamento che il nostro popolo dimostra verso D-o e al sua Torà, che decide il nostro destino.

    Dobbiamo ricordare un’altra cosa molto importante. La celebrazione della festa della libertà è legata al precetto: Tu, poi, spiegherai a tuo figlio (Shemot 13, 8).

    Il formarsi e il sopravvivere di una famiglia ebraica, come pure del popolo ebraico in generale, dipende dall’educazione data alle nuove generazioni, tanto ai ragazzi, quanto alle ragazze; tanto al saggio, quanto a chi sia temporaneamente malvagio; tanto al semplice, quanto a quello che non sa domandare. Allo stesso modo in cui non possiamo liberarci della dalla responsabilità verso nostro figlio dicendo: “mio figlio è saggio, troverà la sua strada nella vita, perciò non ha bisogno di essere educato”, così non dobbiamo pensare, nella nostra disperazione: “il ragazzo è malvagio; nessuna educazione potrà porvi rimedio”. Tutti i bambini, maschi e femmine, sono figli di D-o ed è nostro sacro dovere fare di tutto perché possano vivere come tali; questo lo si potrà raggiungere soltanto tramite un’educazione ebraica kasher, che si uniformi in tutto alla Torà dataci da D-o. Solo allora meriteremo che le nostre ardenti speranze vengano realizzate:

    “L’anno prossimo, liberi; l’anno prossimo a Gerusalemme!” (Haggadà di Pessach).

    (Da una lettera del Rebbe di Lubavitch, pubblicata in: La Storia Completa di Pessach, p.77; tradotta in Il Pensiero della Settimana, a cura del rabbino Shmuel Rodal)

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Sukkòt, Simchat Torà e l’Unità

    Uno tra i più noti ed importanti precetti di Sukkot è la mitzvà delle quattro specie. Ci è stato comandato di prendere il lulav – un lungo ramo verde di palma da datteri – gli hadassìm – rami di mirto dall’odore soave – le ‘aravòt – i rami dell’umile salice – e l’etrog – il frutto di un cedro, che assomiglia a un grande limone – legando insieme i rami. Tenendo il mazzo stretto insieme all’etrog, dobbiamo pronunciare una berachà speciale su tutti e quattro gli oggetti.

    Il Midrash spiega così il significato di questa mitzvà.

    L’etrog. Proprio come l’etrog unisce al gusto gradevole un’aroma delizioso, così ci sono ebrei che hanno l’amore per lo studio della Torà e sono allo stesso tempo dediti all’osservanza delle mitzvòt. Il gusto in questo caso simboleggia il diletto ed il senso di completo appagamento che dà lo studio della Torà.

    Il lulav. Come i datteri hanno un gusto gradevole, ma sono in sostanza inodori, così ci sono tra gli ebrei profondi studiosi della Torà, ma che non praticano le buone azioni.

    I hadassìm. Come il mirto ha un aroma gradevole, ma non ha alcun sapore, così ci sono tra gli ebrei coloro che fanno buone azioni, ma non si dedicano allo studio della Torà.

    Le ‘Aravòt. Come il salice non ha né odore né sapore, così ci sono tra gli ebrei coloro che non sono studiosi di Torà e nemmeno fanno buone azioni.

    Dice l’Onnipotente: «Legateli tutti in un fascio e l’espiazione di uno andrà a beneficio dell’altro» (Vayiqrà Rabbà, 30, 12).

    Il significato recondito della mitzvà delle quattro specie è che tutti e quattro – dall’etrog, con il suo buon aroma e il gusto delizioso, alle ‘aravòt prive sia di gusto sia di aroma – contribuiscono al compimento della mitzvà; nello stesso modo tutti gli ebrei devono diventare un gruppo compatto per adempiere alla Tua volontà con purezza di cuore (dal Machazor delle Feste).

    Lo stesso concetto di unità è messo ancora in rilievo dalla festività che si celebra subito dopo Sukkot, la gioiosa festa di Simchàt Torà, nella quale mostriamo la nostra gioia danzando con i rotoli della Torà.

    Ma quale paradosso! Per Simchàt Torà gli ebrei di tutto il mondo si riuniscono per festeggiare la Torà, che ci si esorta a studiare giorno e notte, quando sembrerebbe invece naturale che il giorno designato per festeggiare la Torà fosse dedicato all’intenso e diligente studio della sua saggezza. Tuttavia il culmine della celebrazione di Simchàt Torà non è lo studio e neppure la lettura delle sue pagine, ma invece la danza con i rotoli della Torà chiusi ed avvolti nei loro drappi!

    Se Simchàt Torà venisse celebrata con lo studio, ed anche semplicemente con la lettura, della Torà si darebbe risalto alla differenza nel grado di istruzione dei vari correligionari – fra il dotto e l’ignorante.

    Nella danza, invece, tutti noi, dal più eminente al più umile, tutti danziamo insieme.

    Ci possono essere ebrei che non sanno cosa sia l’Onnipotente, né cosa sia la sua Torà: essi sanno soltanto che D-o e la sua Torà sono assai preziosi, che non c’è nessun’altra cosa in tutto il vasto mondo a noi così cara e basta questo perché il cuore, anche dell’ebreo più semplice, trabocchi di d’immensa gioia.

    Quando danziamo con il rotolo della Torà avvolto nei suoi drappi, finché non possiamo leggerne il contenuto, non siamo in grado di sapere ciò che in essa è racchiuso. Sappiamo solo che è infinitamente preziosa e ce ne rallegriamo tutti insieme.

    L’ebreo etrog, con l’ebreo ‘aravòt, uniti, eredi in ugual misura dei tesori del Signore e della sua Grazia.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 28 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Shabbat HaGadol

    La mini derashà di Rav. Rodal
    dedicata alla memoria del fratello Menachem Aaron HaCohen ben Yosef Z”L.

    Quando comanda una mitzvà al Suo popolo D.o usa l’espressione Vaydabber, parla, quando però si tratta dei sacrifici quotidiani (Tamid) Hash.m usa proprio il termine Tzav, comanda ai figli di Israele; certamente i sacrifici hanno una grandissima importanza, ma tutte le mitzvoth sono importanti,  non esistono mitzvoth più o meno importanti.

    Come ne avevamo già parlato nella scorsa derashà, il Qorban, malamente tradotto come sacrificio, è lo strumento principe di Unione tra gli ebrei e D.o, e l’Unione quotidiana tra D.o e il Suo Popolo è così importante, così fondamentale da essere comandata in un modo così perentorio proprio perchè il Qorban Tamid, l’avvicinamento quotidiano, quello intenso ma di tutti i giorni, è irrinunciabile per D.o.

    Molti pensano che lo Shabbat HaGadol si chiama così (Gadol, grande) perché è lo Shabbat che precede Pesach. Ma visto che Shabbat è femminile avrebbe dovuto chiamarsi HaGhedollà.

    Il HaGadol è quindi riferito a un miracolo, ma questo non ci aiuta, non esistono miracoli piccoli e miracoli grandi, esistono miracoli e basta. Il miracolo, come è noto, è il sovvertimento delle leggi naturali come per esempio il passaggio del Mar Rosso con il mare che diventa solido.

    Quando i primogeniti egiziani chiesero agli ebrei perché tenevano una pecora in casa (si può ben immaginare il poco spazio libero che avevano, chi con tanti bambini, chi vivendo in un angusto monolocale) la risposta li allarmò non poco.

    Se il Faraone non accetterà di far uscire gli ebrei, tutti i primogeniti moriranno. Si può ben capire lo spavento dei primogeniti egiziani che avevano già visto con i loro occhi tutto quello che Hash.m aveva già fatto all’Egitto, sapendo bene che tutto quello che D.o dice poi lo fa. Vanno quindi in massa contro il Faraone per costringerlo a liberare gli ebrei. Questo è un miracolo grande, HaGadol.

    Non c’è sovvertimento delle leggi naturali, c’è di più! Quelli che erano la principale forza dell’Egitto, i primogeniti, i più agguerriti e più forti nemici di Israele, stavano ora combattendo per la causa ebraica!

    Sia la Volontà dell’Eterno di farci rivivere questo miracolo facendocelo vedere con i nostri occhi, yei ratzon venomar omein.

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 25 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Le Cose Piccole Sono Importanti

    La liberazione dall’Egitto, che è alla base della festività di Pesach, è legata al korban Pesach, l’offerta dell’agnello pasquale. L’agnello fu sacrificato, e poi mangiato, in ogni famiglia, come racconta il brano della Torà della parashat Hachodesh.

    L’esodo dall’Egitto non fu solo la liberazione di numerosi individui, ma la liberazione di un popolo. Ebbe inizio con la dichiarazione divina: ho visto le sofferenze del mio popolo (Esodo 3, 7) cui fece seguito la richiesta: lascia partire il mio popolo (Esodo 5, 1) e il comando impartito a Moshe: Fa uscire il mio popolo, i figli di Israele dall’Egitto (Esodo 3, 10). Di conseguenza il Korban Pesach dovrebbe porre in rilievo il tema nazionale, l’idea della collettività e della Comunità, ma non è così. È vero che tutta la congregazione di Israel aveva ricevuto l’ordine di offrire, insieme, il sacrificio, ma le istruzioni dicevano che ogni casa doveva avere il suo agnello; ogni ebreo veniva scelto individualmente e contato affinché potesse partecipare al consumo del Korban Pesach ed ogni persona doveva stare nella sua casa, o compagnia, mentre veniva consumato il sacrificio pasquale (Esodo 13, 3; 12, 47).

    Il Korban Pesach ci insegna che perfino un progetto comunitario deve cominciare con l’individuo, la famiglia e l’ambiente che lo circonda. Inoltre non sono le cose generali e le risoluzioni di grande portata che dovrebbero attirare la nostra attenzione, ma i piccoli doveri della vita quotidiana. Soltanto così si raggiungerà l’affrancamento dell’individuo e della Comunità.

    (Da una lettera del Rebbe di Lubavitch, dell’11 nissan 5724; tradotta in Il Pensiero della Settimana, a cura del rabbino Shmuel Rodal).

    Tratto da Cyber Derashà

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 15 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Il Decreto del Faraone, un Approfondimento

    La parashà di questa settimana mette in luce un drammatico episodio riguardante la spartizione delle acque del Mar Rosso.

    Quando Mosè vide che gli oppressori del suo popolo erano stati sommersi dalle acque, intonò un canto di lode al Sign-re. Allora la profetessa Miriam e tutte le donne di Israele elevarono anch’esse un inno di gioia ed i loro canti, accompagnati dal suono dei cimbali e dal battito dei tamburi, raggiunsero un tono ancor più alto.

    Perché le donne ebree manifestarono, ancor più degli uomini, la loro esultanza ed il loro giubilo per essere sfuggite al Faraone e al suo esercito?

    Il tenero affetto che una donna prova nei confronti dei suoi cari potrebbe spiegarlo. Il più terribile dei decreti del faraone, infatti, era stato: …ogni figlio che ti nascerà dovrai gettarlo nel Nilo…

    Quest’ordine di far perire tutti i neonati aveva sconvolto le madri ancora più dei loro uomini. Perciò, quando esse videro morire i loro oppressori e si resero conto che la schiavitù in Egitto era terminata, manifestarono ancora più dei mariti il loro giubilo.

    Ma il decreto del faraone di annegare nel Nilo i bambini ebrei racchiude, forse, un significato più profondo.

    L’economia egizia dipendeva interamente dal Nilo che, perciò, era divenuto il centro della vita culturale e religiosa egizia.

    “Sommergete i vostri figli nella cultura egizia, soffocate la loro identità ebraica; fate che la corrente impetuosa delle attività economiche e commerciali li trascini con sé” questo era il significato del decreto del Faraone.

    La Torà è eterna. I suoi insegnamenti, le sue leggi, i suoi racconti sono sempre attuali e recano un chiaro messaggio a ciascuna generazione in ogni circostanza.

    Le idee del Faraone e i suoi ideali non hanno perso la loro forza di seduzione . Il culto egizio prospera ancora, poiché la società che ci circonda lo favorisce. Cogliamo un’eco del decreto del Faraone nei consigli che ci dà il nostro stesso buon vicino di casa: “Il successo materiale è ciò che più importa ai nostri ragazzi oggi . Dobbiamo cominciare appena possibile a dare loro una spinta verso la carriera. La religione? D-o? La scuola ebraica?… certo va bene fino al bar mitzvà, ma dopo è inutile far perdere loro tempo con queste cose…”

    A chi tocca opporsi al Faraone moderno? I padri sono così occupati che trascorrono assai poco tempo in casa e vedono pochissimo i loro figli. È il compito della madre, perciò, quello di agire con fermezza ed evitare che i bambini vengano gettati nel Nilo, che cerchino nella loro vita solamente beni materiali. E quando, con il passare degli anni, le madri avranno potuto constatare di aver educato dei giovani profondamente credenti e pieni di fede nei valori morali più alti, saranno esse, più d’ogni altro, a rallegrarsi della sconfitta di Faraone.

    (Saggio basato su Likuté Sichòt, vol. I, p.139-143: tratto da Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal).

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 15 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).

  • Il Significato di Chanukà

    I Saggi del Talmud descrivono così il miracolo di Chanuka: “Durante l’occupazione della Terra Santa da parte dei greci, questi entrarono nella parte sacra e recondita parte del Bet Hamiqdash, del Santuario di Hekhal Gerusalemme e contaminarono tutti gli olii. Quando gli Asmonei li sconfissero, venne trovato un recipiente d’olio che non era stato toccato dai greci. L’olio che conteneva era sufficiente appena per un giorno. Venne accesa la Menorà e l’olio durò miracolosamente otto giorni, finchè la nuova provvista fu pronta”.

    Dal testo del Talmud risulta evidente che la contaminazione dell’olio non fu accidentale, ma voluta e sistematica. Si pone perciò la seguente domanda: se lo scopo che i greci volevano raggiungere era di estinguere la luce della Menorà ed impedire la sua riaccensione, come mai si accontentarono semplicemente di contaminare l’olio, non avrebbero ottenuto un risultato più efficace usandolo o distruggendolo completamente?

    La risposta è questa: i Maestri ci fanno comprendere che i greci, in effetti, non si prefiggevano di impedire la riaccensione della Menorà, ma volevano che essa fosse alimentata con olio contaminato, perciò lasciarono apposta nel Santuario una provvista di olio impuro, perché fosse usata a tale scopo.

    È questo il più recondito significato di Chanukà.

    Nel concetto dei greci, la Torà poteva essere una creazione letteraria armoniosa e perfetta, un’opera poetica, ricca di saggezza e di filosofia profonda; come tale erano disposti ad accettarla, purchè fosse considerata una creazione umana, come la loro mitologia – la quale era un’invenzione umana dove del dei venivano rappresentati in sembianze umane, con le passioni e caratteri propri agli uomini. Come quella la Torà avrebbe potuto – anzi avrebbe dovuto – essere modificata e riadattata di tanto in tanto per uniformarsi alle esigenze della classe dirigente, alle nuove idee e ai nuovi costumi del tempo: in tal modo la continuità e l’immutabilità delle istituzioni religiose quali il Sabato e la circoncisione sarebbero state naturalmente messe in forse.

    Infatti non era la Torà che essi volevano sopprimere, ma il concetto che contenesse la rivelazione della parola Divina che essa fosse la Torà di D-o.

    Ugualmente, essi non avversavano i valori morali ed etici che la Torà racchiude, ma si opponevano all’osservanza dei Chuqqim divini, dei cosiddetti precetti che vanno al di là della razionalità, che più di ogni altra cosa distinguono il modo di vivere degli ebrei ed imprimono alla loro vita lo specifico spirito ebraico di santitÀ e purezza.

    Inoltre – questo era il più grande pericolo insito nel fatto che i greci erano penetrati nell’Hekhal – essi erano favorevoli alla riaccensione della Menorà ed anzi cercarono di fare in modo che fosse riaccesa precisamente nel ricettacolo dell’Hekhal, perchè irradiasse la sua luce dovunque, come prima, ma la sua luce doveva provenire da un olio che avesse il “tocco” greco, il tocco pagano che rende l’olio impuro.

    Questa più profonda analisi del reale significato della festa di Chanukà ci permetterà di comprendere meglio il messaggio che questa festa ci arreca.

    Chanukà ci ricorda che ciò che mette in pericolo la vita ebraica non è tanto l’affievolirsi o l’estinguersi della sua luce, quanto piuttosto la tendenza ad alimentare con olio impuro la Menorà che la diffonde.

    Questa tendenza si manifesta in diversi modi: nel culto per la ricchezza e per il successo materiale; nel presentare alcune ideologie create dagli uomini come la panacea per tutti i mali di questo mondo; nell’idolatria, la scienza e la tecnologia e nel voler misurare tutto con il metro della ragione umana. Tutte queste tendenze non escludono necessariamente “l’esperienza religiosa”, ma la relegano in un campo ristretto o, peggio ancora, producono una pseudo religiosità, ove il desiderio di consacrarsi al Signore e lo spirito di devozione vengono sacrificati alla convenienza a alla volontà di compromesso.

    Chanukà ci insegna che la santità e la purezza delle vita ebraica devono venire salvate ad ogni costo. Non solo si dovrebbe evitare che gli aspetti esteriori e materiali della vita di ogni giorno acquistino un’importanza preponderante, tanto da contaminare la purezza della Torà e delle mitzvòt, ma al contrario proprio la Torà e le mitzvòt dovrebbero santificare ogni aspetto materiale della vita quotidiana, secondo il principio: “In tutti i tuoi passi pensa a Lui”.

    La Provvidenza Divina dispose che si salvasse dalla contaminazione un recipiente di olio puro con cui riaccendere la Menorà e volle che quest’olio non solo si conservasse, ma divenisse anche più copioso, in modo da poter diffondere a lungo una luce non offuscata dal “tocco” greco.

    Questo episodio, legato alla festività di Chanukà, ci offre anche un altro messaggio.

    La verità di quei tempi rimane pur sempre verità anche nei nostri giorni e ciò che vale per l’intero popolo ebraico, vale naturalmente anche per ogni singolo ebreo.

    Nell’ambiente che lo circonda, sotto l’influsso di forze estranee, l’ebreo può accorgersi che il suo Santuario – ossia la sua fede ed il suo desiderio di adeguarsi alla volontà di D-o tramite l’osservanza delle mitzvòt della Torà – corre il pericolo di venire invaso e contaminato da idee e costumi estranei alla vita ebraica, ostili ad essa e con essa incompatibili.

    Nel Santuario che esiste nell’anima di ciascuno di noi, però, ci sarà sempre un recipiente d’olio puro e santo: quella scintilla di Divinità che è propria alla parte più elevata dell’anima, una scintilla che non può essere distrutta nè contaminata. Basterà che l’ebreo la ravvivi e anche se dapprima la luce gli sembrerà tenue e di breve durata, essa si dimostrerà tuttavia sufficiente ad illuminare tutta la sua vita, e diverrà una Luce Perpetua. L’ebreo non deve tuttavia pensare solo a se stesso.

    Il precetto che insegna ad nutrire amore verso il prossimo come verso se stessi impone di tenere il medesimo atteggiamento nei confronti degli altri. Non si potrà mai abbandonare qualcuno che ha bisogno di aiuto. Ci si dovrà sforzare di ravvivare in lui quella stessa luce santa e pura, anche se sembra tanto debole da non poter durare più di un giorno; infatti, anche se così fosse, varrebbe la pena di farlo, ma non sarà così: essa diverrà ogni giorno più forte e a poco a poco illuminerÀ tutta la sua vita.

    (Tratto da un discorso del Rebbe di Lubavitch; pubblicato in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal).

    Articolo originariamente pubblicato sul blog di Rav Rodal il 15 marzo 2018; testo recuperato dall’archivio di Internet (Wayback Machine).